“Cari architetti, la vostra roba mi ha stancato”

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Gira da qualche tempo in rete un ironico pamphlet su questi strani, lagnosi, autoreferenziali, fragili personaggi che sono gli architetti. La lettera aperta, per molti versi condivisibile, è stata pubblicata nell’estate 2006 a firma della scrittrice Annie Choi su PIDGIN (rivista di architettura dell’Università di Princeton), con un titolo fuori da ogni metafora: “Dear architects, I am sick of your shit” (“Cari architetti, sono stanca delle vostre stronzate”, o se preferite “…della vostra roba” – Ndt).

Solo dopo un anno, nel luglio 2007 – l’architettura è lenta anche nella comunicazione – qualcuno si è preso la briga di passare allo scanner l’articolo ed inviarlo al blog “PartIV“, e da allora la lettera è diventata a poco a poco un caso internazionale, tanto da essere rimbalzata in vari blog, diffusa e tradotta nelle lingue più svariate, e perfino pubblicata in italiano su “Abitare”: il breve testo, che potrebbe essere definito una vispa versione-bignami di Maledetti Architetti, dal Bauhaus a casa nostra del grande Tom Wolfe (Bompiani, Milano 2001), tratta dell’antipatico – e spesso fuori luogo – atteggiamento da guru di grandi e piccoli architetti con la pessima abitudine di considerarsi un’élite e desiderare rivolgersi soltanto ad un’élite.

Questa maniera di porsi (accompagnata il più delle volte da personalità egocentriche, saccenti e monotematiche) ha causato, fin dal secolo scorso, dei danni enormi ad un ceto professionale che non sa più lavorare al servizio degli esseri umani, a cui piuttosto vuole imporre la propria visione della realtà. Da una siffatta, insonne e frustrata concezione del proprio ego non possono che scaturire, per la Choi, ipertrofici dildos vetrati piuttosto che consumistici centri commerciali spacciati ipocritamente per “lifestyle centers”. Molto meglio Koolhaas, che evidentemente riposa molto più degli altri colleghi e “risolve problemi” costruendo “vagine” in cemento e ferro (quì l’ironia rompe gli argini e si fa cripto-psicoanalitica): “…dormendo di più, si conquista la vagina”.

Deprecabile negli architetti di altri paesi, questo atteggiamento di immotivata superiorità diventa addirittura ridicolo negli architetti nostrani, che riescono a malapena a raggiungere una quota di mercato del 5% delle costruzioni in Italia pur sententosi dei demiurghi della società.

Riportiamo di seguito la traduzione del testo originale (da Corriere della Sera-Abitare):

“Una volta, tanto tempo fa, nei giorni della mia giovinezza, avevo un amico che studiava architettura per diventare, presumibilmente, un architetto. Questo amico mi ha fatto conoscere nuovi amici, che studiavano anch’essi architettura. Di lì in poi scoprii che questi amici avevano a loro volta altri amici architetti – intendo veri architetti, impegnati a fare della vera architettura, come progettare lussuosi condomini che assomigliano moltissimo a vibratori di vetro. E questi veri architetti conoscevano altri veri architetti e così facendo ora le uniche persone che conosco sono architetti. E tutti progettano vibratori di vetro dove io mai lavorerei né tanto meno andrei ad abitare: alla fine serviranno solo a ostruire la mia visuale del New Jersey.

Architetti, non offendetevi. Voi mi piacete. Vi trovo simpatici, penso che il più delle volte il vostro odore sia gradevole, e mi piacciono i vostri occhiali. Avete una criniera folle, e, se siete fortunati, la maggior parte di questa vi rimane in testa. Ma l’architettura non mi interessa. È la verità. Questo è quello che mi interessa: burritos, porcospini, caffe. Come potete vedere, l’architettura non è nella lista. Ho fiducia nel fatto che nell’elenco delle cose che mi interessano l’architettura cada da qualche parte, tra un fungo dell’unghia del piede e una colonscopia invasiva. Forse, se non ne aveste parlato così tanto, sarebbe stata più interessante. Quando indicate un cilindro di vetro e dite con fierezza, hey, quello lo ha disegnato il mio studio, io me la rido e dico che è come un pugno nello stomaco. Di riflesso voi girate la testa, manifestando disgusto e vergogna.

Pensate: ovviamente lei non capisce. Che cosa ne sa lei? È solo una scrittrice. Non è un architetto. Lei rispetta le vocali, non i falli di vetro. E poi dite “sto progettando proprio ora un lifestyle center” e quando io vi chiedo che cosa sia, voi mi rispondete che è un luogo che offre merci, servizi e prodotti in saldo e di conseguenza penso che si tratti di un centro commerciale, ma voi dite no, è un lifestyle center. Insisto nel dire che davvero suona come un centro commerciale. Arrivo dalla provincia: lo so bene io cosa sono i centri commerciali.

Lavorate 60, 80 ore la settimana e nonostante questo non avete mai soldi. Perché non mi offrite un drink? Dov’è finita la munificenza dei ricchi? Forse l’avete spesa in un Merlot. Forse l’avete investita in mignotte e in sniffate. Non posso esserne sicura. È un mistero. Lascerò agli scienziati il piacere di svelarlo. Gli architetti amano discutere di quanto poco riescono a dormire. In queste occasioni uno dirà che è rimasto in studio fino alle 5 di mattina solo per tornare indietro dopo due ore. Poi un altro dirà, oh, questo è niente, io non ho dormito per un’intera settimana. E a questo punto, prova a indovinare, un altro dirà io non ho mai dormito. Miei cari architetti, il vostro duro lavoro non si misura sul numero di ore sottratte al sonno.

Avete mai sentito nominare Rem Koolhaas? È un famoso architetto. Ho sentito dire che Rem Koolhaas dorme sempre. Credo lo stia facendo anche adesso. Ho anche sentito dire che risolve tutti problemi. E anche che, viaggiando in continuazione, costruisce edifici che assomigliano non a falli di vetro ma a vagine di cemento armato. Dormendo di più, si conquista la vagina. Imparate da Rem Koolhaas. La vita è dura anche per me, cercate di capirmi. Gli architetti sono una parte importante della mia esistenza. Mi chiamano alle undici di sera e mi dicono che sono appena usciti dallo studio e mi chiedono se ho fame. Senti, è praticamente mezzanotte. Ho cenato ore fa. È passato così tanto tempo che, in effetti, ho ancora fame. Dunque sì, ci andrò. E dopo esserci andata, so che là troverò altri architetti impegnati in conversazioni sui virtuosismi di AutoCAD e su qualcosa che riguarda certi pannelli elettrici e non posso credere che questo sia tutto quello che hanno fatto oggi, che lagna!

Guardo a tutta qusta gente intorno al tavolo, povera, stanca e affamata e penso a me stessa: ho solo una pallottola in canna, chi sceglierei? Ho un amico che fa il medico. Mi prescrive pillole. Mi piacciono. Ho un amico avvocato. Mi aiuta a fare causa al mio proprietario di casa. I miei amici architetti non mi hanno mai dato nulla. Niente pillole, nessun consiglio medico, e non sanno nemmeno come si scrive “citazione in giudizio”. Un solo architetto, amico mio, si è reso conto una volta che il mio appartamento misurava 18 mq. Carino. Lo ringrazio per questo. Suppongo che qualcuno possa chiedersi che cosa una persona come me abbia da offrire a degli architetti come voi. Vi faccio coraggio, faccio il tifo per gli architetti quando iniziano a parlare di architettura.

Li costringo a discutere di argomenti molto più interessanti, come le uova di tacchino. Perché mangiamo uova di gallina e non di tacchino? Sono più grandi. E alla gente il tacchino piace davvero. Vedi? Non ho paura di fare domande su questioni spigolose come questa. Dunque, cari architetti, vi starò addosso per un pò. Mi auguro che un giorno qualcuno di voi possa diventare medico o avvocato o possa calcolare le mie tasse. E allora tutti rideremo pensando al tempo in cui passavate le vostre serate a parlare di qualche europeo mai incontrato, che progettava edifici che non avreste mai visitato poiché eravate troppo occupati a lavorare a qualche cosa che non sarebbe mai stato costruito.

Ma anche se quel giorno non dovesse mai arrivare, chiamatemi lo stesso, sono libera.

Cordialmente, Annie Choi”

“Cari architetti, la vostra roba mi ha stancato”ultima modifica: 2007-11-19T12:25:00+01:00da spacelab.1
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