17/09/2009

Bigness

Su queste "pagine" si è spesso parlato del mestiere di architetto. E si è già detto che una delle tipiche immagini che ci rappresentano all'esterno del "nostro" mondo, dove ce la suoniamo e ce la cantiamo, è quella di individui autoreferenziali, boriosi, sovente troppo retorici, indulgenti per i propri limiti e lamentosi per il "destino cinico e baro" che ci nega un'auspicata maggiore affermazione (il famoso "nessuno mi capisce").

Se questo è vero per la maggior parte di noi, appare ancora più evidente se si stringe il cerchio intorno ai nomi più blasonati della scena architettonica internazionale, lo star system, le cosiddette (bruttissimo termine, ma direi meritato) archistar. Ovvero, gli architetti-demiurghi-creatori di Bellezza per antonomasia. Che spesso sono sì grandi affabulatori, ma con scarsa propensione a comunicare le loro scelte progettuali, il più delle volte apparentemente generate dal caso e da mere o poco fondate contingenze di ricerca formale.

Domande come "questa scelta è voluta a priori o è derivata dal contesto di intervento?", o "perchè quella particolare forma?", oppure "per quale motivo non è stato pensato l'interno del tuo edificio-scultura-gran-pezzo-di-design-fuori-scala?" a volte non trovano risposta.


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(Un bellissimo primo piano di Philip Johnson - Image courtesy: "Yes is More: An Archicomic on Architectural Evolution", Bjarke Ingels 2009)

Ma, come in tutte le cose che appartengono al mondo reale, ci sono alcune valide eccezioni. C'è qualcuno che tenta di non ostentare quella certa aura di spocchia, che almeno cerca di comunicare il percorso logico del pensiero progettuale in maniera piana e, non è poco, comprensibile ad un interlocutore medio. Qualcuno che - sembra assurdo - cerca di farsi capire anche da un pubblico non necessariamente iniziato alla materia. Qualcuno che oltretutto è pure bravo.

Da ormai più di un lustro seguiamo con attenzione - prima sulla rete, ma da qualche tempo sono arrivate anche le riviste mainstream - un enfant-prodige, un fenomeno le cui gesta sono partite dalla terra di Danimarca. Negli ultimi tempi Bjarke Ingels, già allievo di Rem Koolhaas ed istrionico fondatore dello studio BIG (Bjarke Ingels Group) con sede a Copenhagen, sta finalmente ottenendo una serie ineluttabile di riconoscimenti - di critica, di pubblico e di committenza - a livello internazionale.

Il fatto particolare - sopratutto dal punto di vista dell'osservatore italiano - è che Bjarke ha 34 anni (è nato nel 1976), lavora a pieno ritmo e ai massimi livelli già da una decina, è piuttosto simpatico e quando vuole spiegare i suoi progetti lo fa in modo comprensibile e lineare. Spesso aiutandosi con schemi elementari (elementari, mai banali) o con plastici "interattivi" che chiariscono la freschissima genesi formale-compositiva dei suoi lavori.

Bjarke Ingels ha iniziato fin da giovanissimo, prima insieme al collega Julien De Smedt con la firma PLOT ed in seguito da solista con BIG, a incastonare nel suo portfolio - nella sua bellissima Copenhagen, ma anche in occasione di competizioni internazionali - una serie di pezzi di bravura, progetti o realizzazioni per gran parte meritevoli ognuno di una trattazione monografica a sé stante.

Evidentemente tenute ben d'occhio dalle firme internazionali più prestigiose, alcune interessantissime, provocatorie, intelligenti trovate compositive dell'allora "sconosciuto" BIG vennero fin dagli esordi "prese a prestito" da nomi di tutto rispetto, che si presumerebbe non abbiano bisogno di ispirarsi all'esterno, al di fuori delle proprie capacità professionali. Sembra che, ad un certo punto, molti dei "grandi" abbiano iniziato a dare una particolare svolta ai loro progetti, fino a qualche tempo prima rivolti verso altre direzioni.

Tanto per fare qualche esempio sarebbe utile, per capire da che direzione provenga questa particolare "osmosi creativa", confrontare in una ideale serie "tetris-pixelated" i progetti di BIG "Lego Towers" e "Vibenhus Highrise" pubblicati nel 2006-2007 con quelli di fine 2008 per New York di H&DeM - 56 Leonard Street - e OMA, oltre che il progetto di MVRDV per la realizzazione dello Sky Building a Rødovre, municipalità di Copenhagen (quest'ultimo vinto su concorso nel 2008 - scherzi del destino - contro lo stesso studio di Bjarke Ingels, per giunta utilizzando lo stesso metodo di visualizzazione per diagrammi dei principi compositivi). Semplici coincidenze per abbeveramento alle stesse fonti culturali mitteleuropee o, potremmo dire, "separati dalla nascita" (con "fonte" a Copenhagen)?. Su questa falsariga, si potrebbe analizzare in un confronto all'americana i possibili nessi tra la composizione di lingotti del South Harbour Offices and Housing (BIG, 2007) e quella analoga per l' Interlace housing a Singapore (OMA, 2009). E i "casi" su cui indagare sarebbero altri ancora, tutti aventi come comun denominatore un progetto di BIG, retrodatato rispetto agli "epigoni" di qualche anno.

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(Rem Koolhaas consulta attentamente uno dei computer dello studio BIG a Copenhagen, courtesy BIG/Bjarke Ingels Group)

BIG, in ogni caso, alla fine si è imposto a tutti gli effetti e a testa alta sulla scena internazionale, è stato esposto alla Biennale di Venezia 2008 con un ironico progetto su Roma, ha vinto importantissimi concorsi come quello per la realizzazione del bellissimo Municipio di Talinn o dell'eco-grattacielo di Shenzen, e tutto questo anche grazie alla cura particolare prestata alla comunicazione dell'idea progettuale, immediata e iconica, che ha premiato lo studio con una risposta notevole da parte di una committenza sempre più internazionale. Di solito, se uno parla chiaro e si fa capire è perchè ha in testa idee altrettanto chiare. "WYSIWYG".

L'ultima frontiera di questo approccio comunicativo è rappresentata dalla pubblicazione "Yes is More - An Archicomic on Architectural Evolution", il manifesto della linea dello studio in forma di comic-strips, trasposizione pop-letteraria dei contenuti della omonima mostra monografica tenutasi lo scorso febbraio a Copenhagen, in perfetta linea con lo spirito antiretorico e sopra le righe del suo autore.

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Alleghiamo un paio di video - il primo è una lecture tenuta presso TED quest'estate, il secondo è un intervento in occasione di Urbania 2009 lo scorso febbraio sul tema dell'energia come elemento fondante della propria ricerca espressiva - in cui si può ammirare in azione la capacità comunicativa, l'understatement, lo humour di Bjarke Ingels nell'illustrare i suoi progetti al pubblico per mezzo di asciutte animazioni e diagrammi compositivi, con pochi semplici passaggi visuali. Da notare in entrambi lo splendido edificio "Mountain dwelling" completato alla fine del 2008 a Copenhagen (nell'introduzione al video di Urbania, una strepitosa sequenza di balcony jumpers fuori e dentro il nuovo edificio), adiacente ad una delle prime opere costruite da PLOT (Bjarke Ingels ancora insieme al bravo Julien De Smedt, 2004), le splendide VM housings.

Ci sarebbe molto altro da dire, ce ne sarà ancora occasione.

Di solito, si sale sulle spalle dei giganti per vedere più lontano di loro. Ma quando sono i giganti a salire sulle spalle di qualcuno, mi viene da  pensare che queste spalle siano piuttosto promettenti. Complimenti, Bjarke. E non fare la fine di Frank... :)

Bjarke Ingels Urbania 09 from Abitare Web on Vimeo.

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BIG, Tallinn Town Hall, competition, first prize (2009)

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BIG, Astana National Library, Kazakhstan, competition, first prize (2009)

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BIG, Shenzhen International Energy Mansion, competition, first prize (2009)

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