Dell’influenza, dell’eredità e della fretta in architettura

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Non credo sia solo una mia impressione. L’architettura globale, quella delle grandi opere e delle grandi firme internazionali, che riesce a trovare spazio anche nella stampa non specializzata, sta diventando sempre più simile a sé stessa. Forse a causa delle informazioni che arrivano in tempo reale nei nostri dispositivi ininterrottamente connessi alla rete, o forse per la quantità ormai industriale di tali informazioni, sempre più spesso ci si sorprende a notare somiglianze, analogie, contaminazioni tra opere progettate da architetti provenienti da paesi diversi, a volte persino da diversi continenti.

Fino a qualche tempo fa era opinione comune che, dopo la fine delle Grandi Teorie, e con identità nazionali sempre meno marcate, di fatto era l’individualismo dei singoli studi ad emergere, ciascuno impegnato a far crescere e amplificare la riconoscibilità del proprio brand rispetto alla concorrenza: un edificio di Gehry era immediatamente identificabile, non lo avremmo mai confuso con uno di Jean Nouvel, o Zaha Hadid, o H&DeM, o MVRDV: tutti con un loro approccio, un proprio personalissimo lessico. Fino a qualche tempo fa.

Oggi pare che le cose vadano diversamente: sempre più spesso, opere firmate da studi diversi e pensate per luoghi sovente distanti migliaia di miglia tra loro appaiono piuttosto simili.

Non si può negare, ad esempio, che c’è più di una similitudine tra le Amanora Apartment City/Future Towers di MVRDV, a Pune (India) delle quali si annuncia in questi giorni l’avvenuto inizio dei lavori, e il World Trade Center (nella versione 1, ma anche nella capovolta e ancor più interessante versione 2) di Vilnius, Lituania, firmato dai ragazzi di BIG nel 2008. Entrambi i progetti sono visibili nelle immagini poco più in basso. Non c’è che dire, si somigliano proprio. Anzi, il predecessore appare piuttosto motivato, per scelta formale, anche dal punto di vista teorico, mentre le Future Towers si richiamano stancamente a concetti piuttosto vaghi, se non consumati:

“The Future Towers project introduces lost qualities to mass housing: increased density combined with amenities, public facilities, parks and a mix of inhabitants resulting in a vertical city” (dalla cartella stampa del progetto).

Un po’ pochino, per una megastruttura da 1.068 unità abitative. [senza parlare del rendering, che sembra fatto in due ore…].

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MVRDV, Future Towers, 2011. Notare il parco desolante ai piedi dell’edificio, forse esito di una veloce post-produzione in Photoshop.
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BIG, Vilnius World Trade Center vers. 01 (2007-2008), da “Yes is more”, pp. 152-155, ©2009 BIG A/S

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BIG, Vilnius World Trade Center vers. 02 (2008), da “Yes is more”, pp. 156-157, ©2009 BIG A/S

Se si mettono a confronto i due progetti, si può osservare come la proposta di BIG, che anticipa di ben tre/quattro anni  quella analoga di MVRDV e che è stata pubblicata tra le altre nell’archicomic “Yes Is More” (2009), appare assai meglio rappresentata, anche per mezzo di schemi compositivi e bellissime maquettes alle varie scale, ormai affermati tòpoi della firma.

Avevamo già affrontato questo argomento in “Bigness” nel settembre del 2009: facevamo notare come già nel 2008 la proposta vincitrice degli stessi MVRDV per la realizzazione dello Sky Building a Rødovre, municipalità di Copenhagen, utilizzava soluzioni formali e metodo di rappresentazione per diagrammi degli schemi compositivi già tipico di BIG (scherzo del destino, anche lo studio di Bjarke Ingels partecipò a questo concorso, perdendo di fatto contro le proprie stesse armi). Inoltre, sottolineavamo come la composizione per blocchi “cantilevering-voxelated-tetris” approfondita da BIG con le sue “Lego Towers” del 2006 venne utilizzata anche da H&DeM per il progetto “56 Leonard Street” (2008), oltre che in parte da OMA per l’ampliamento del municipio di Rotterdam e per un altro edificio alto a Manhattan (2008).

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MVRDV/ADEPT, Sky Village, Rødovre (2008)

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H&DeM, 56 Leonard Street, NY (2008)

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OMA, ampliamento Rotterdam Stadskantoor, NL (2009)

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La domanda fondamentale è: cosa sta succedendo? Cioè: possibile che la fretta di accaparrarsi nuove commesse sia, come spesso accade, cattiva consigliera? Oppure: si tratta forse di scambi di cortesie, di tributi più o meno palesi, di attestati di stima più o meno consapevoli nei confronti di colleghi o competitors? Perchè “copiare” un progetto altrui? Tornando al nostro esempio delle Future Towers: Winy, Nathalie e Jacob sono dei guru dell’architettura contemporanea, non si può dire che non sappiano muoversi autonomamente. E allora?


Il tema è complesso, e va affrontato per gradi. Forse tali domande, che possono essere suscitate da una prima occhiata superficiale, sono mal poste. Le stesse nostre osservazioni del 2009 sui rapporti tra le opere di BIG, MVRDV e OMA potrebbero essere maggiormente approfondite. La questione fondamentale, la chiave di lettura è a ben guardare quella della trasmissione della cultura: intesa come idee, teorie, convinzioni, istruzioni. Cui appartengono anche, perchè no, il linguaggio e le soluzioni spaziali/architettoniche/formali. E’ il caso di dirlo: i tempi sono cambiati, anche solo rispetto a dieci anni fa.

Idee, teorie, convinzioni, istruzioni oggi vengono trasmesse in maniera diversa rispetto a ieri. E il linguaggio architettonico evolve, muta e si trasforma più velocemente di prima.

Proviamo ad analizzarne i motivi. Fino a qualche anno fa gli oggetti di attenzione della critica architettonica e delle riviste (unici media che si occupavano di noi) potevano essere l’opera costruita – la cui progettazione poteva essere cominciata anni o lustri prima – o le pubblicazioni teoriche/i manifestos degli architetti/autori. Oggetti in ogni caso scarsamente attinenti all’oggi, al quì-e-ora: vedevo pubblicato ciò che avevo scritto magari mesi prima, o completavo/inauguravo un edificio in cui ero stato impegnato per anni. Nel frattempo stavo lavorando a progetti che avrebbero visto la luce (e gli strali o gli allori della critica) molto tempo dopo.  Non si parlava ancora di teaser, di sneak peeks, di anticipazioni o sbirciatine sul lavoro in fase di studio. Non c’erano i siti di architettura, o i blog, in cui un progetto o un testo può essere pubblicato in tempo reale e senza intermediari. Oggi sì. E questo cambia tutto.

Non è un dettaglio: abbiamo assistito in pochi anni ad un mutamento radicale di prospettiva temporale. L’architettura, fino a qualche anno fa la più “longa” delle arti, in cui c’era ampio margine – in Italia forse anche troppo – per la maturazione di pensieri e riflessioni, è diventata anch’essa qualcosa di fruibile in tempo reale. I filtri si sono assottigliati, in molti casi annullati. Assistiamo giornalmente allo sviluppo delle varie fasi di progetto di un edificio che ci interessa, e possiamo ammirarne o discuterne l’evoluzione, perfino osservarne le fasi di cantiere. Possiamo anche dichiarare se quel progetto ci piace, o commentarlo. E tutti possono farlo, non solo i critici propriamente detti. Si è parlato di vouyerismo pornografico nelle pubblicazioni di architettura on-line, e forse è così. E’ un segno dei tempi, non starei troppo a scandalizzarmi: semplicemente, prima non c’erano i mezzi tecnici per fare tutto questo.

Vale anche per la teoria: molti saggi o testi teorici, prima di essere pubblicati su riviste autorevoli, erano già da settimane nei blogs dei rispettivi autori, e il dibattito intorno a quelle idee magari è iniziato proprio nei commenti in calce al post originale. Anche lo stesso concetto di autorevolezza si sta via via spostando dalla carta stampata alla rete, ora che le modalità e le interfacce di accesso ad internet diventano più comode da usare (pensiamo agli e-book reader e agli iPad). Non oggi, ma tra qualche mese, quando qualcuno inizierà sul serio a diffondere contenuti multimediali – e non solo mere riproposizioni in pdf del cartaceo – da sfogliare e manipolare con gestures multi-touch dal nostro iPad, temo che allora le riviste saranno insostituibili solo per l’inebriante profumo della carta alla prima apertura (i libri no, con loro per fortuna non c’è gara…).


Ora, qualcuno potrebbe chiedersi: cosa c’entra la diversa modalità di trasmissione della cultura e dell’architettura contemporanea con i vari “cloni” architettonici che vediamo, per ora solo progettati, in giro per il mondo? C’entra, eccome. E non si tratta di cloni.

La maggior parte della cultura dominante – parliamo anche di cultura architettonica – non è pensiero originale e geniale. Le idee, e il pensiero umano in generale, si formano con la composizione/scomposizione di informazioni che esistevano prima di noi ed entrano presto o tardi nella nostra testa  per poi trasmettersi di nuovo agli altri. Qualcuno ha provato con successo a fare una similitudine tra il modello evoluzionistico che spiega la maniera di trasmettere l’eredità genetica negli organismi viventi e il modo in cui avvengono le evoluzioni culturali. Se il gene rappresenta l’unità ereditaria fondamentale negli esseri viventi, nel 1976 Richard Dawkins nel suo testo Il gene egoista introduce un concetto analogo di unità elementare di trasmissione/replicazione della cultura, chiamandola “meme” (in realtà questa ipotesi era già stata anticipata da William S. Burroughs nell’affermazione “il linguaggio è un virus” nel romanzo “The ticket that exploded”, 1962). Questi “memi” sono unità di trasmissione (o infezione) culturale, che possono assumere noi o altri media (comunque supporti di memoria, biologica o tecnologica) come vettori.

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E’ una teoria affascinante: i memi sono idee o parti di idee – come una lingua, una consuetudine culturale, una religione, una melodia, un valore estetico, un approccio teorico, una particolare soluzione tecnica, o architettonica o formale – che, trasmesse da mente a mente e associate tra loro, acquisiscono una sorta di vita autonoma e manifestano una loro caratteristica capacità di diffusione e replicazione. Si arriva, in certi casi, ad una cosiddetta “ripetitivitè infettiva” del meme, che assume i tratti ben noti del tormentone.

Sarebbe più esatto dire, secondo la definizione originale di Dawkins, che un meme – termine che trae origine dal greco mνήμης (mnimis), “memoria” – è “ciò che è imitato”. Ogni informazione che, una volta imitata, subisca variazioni e venga poi selezionata nel processo evolutivo “produrrà progetto” (Susan Blackmore), un passo avanti. Cioè: copia con variazione e selezione. Quindi, rispetto al modello “creazionista” – ancora oggi assai diffuso nell’ambiente , appunto, “creativo” – siamo agli antipodi: molto più spesso di quanto non crediamo, per guardare più lontano si sale “sulle spalle dei giganti”. Lo aveva intuito Isaac Newton, già due secoli prima di Darwin.

Ci sono memi con innumerevoli tentativi di imitazione, altri memi invece non destano interesse. Potremmo dire che esistono pertanto dei memi “forti”, similmente ai caratteri dominanti in campo genetico, cioè con alta capacità di diffusione e replicazione; e memi “deboli”, con scarsa o nulla capacità di diffusione e replicazione: sono idee magari buone in sé, ma che non hanno successo. Memi aggressivi tendono a prendere il posto di quelli più mansueti.

La forza delle informazioni replicanti, o se vogliamo delle idee, o dei memi può essere potenzialmente devastante: rispetto ad altre specie viventi l’uomo è l’unica creatura che sacrifica il vantaggio dei geni (il proprio “summum bonum” biologico) in nome di un’idea: pensiamo all’idea della crescita irrefrenabile, del progresso, del capitalismo, della carriera a tutti i costi, del proprio credo religioso a scapito del benessere anche solo personale. Quindi, un meme “forte”, che tende a riprodursi in maniera virale ed esponenziale attraverso di noi, riesce persino a sopraffare il nostro stesso istinto di conservazione. Diciamo che sebbene a volte rasentino l’ideologia, i memi architettonici non sono poi così pericolosi, direi che conviviamo piuttosto pacificamente con questi parassiti nella mente: certo, qualcuno ha sofferto per aver subìto ad esempio il meme della “machine à habiter“, ma nessuno, credo, morì per questa cosa. Magari ha vissuto scomodo per qualche anno, prima di trasferirsi in locali più confortevoli…

Per i motivi di cui parlavamo prima, e cioè per il fatto che oggi più di ieri qualsiasi idea può viaggiare da cervello a cervello non solo con mezzi fisici, com’è sempre stato, ma anche in tempo reale attraverso la rete e con diffusione istantanea verso un vasto numero di destinatari – così come avviene per i virus che si propagano attraverso i voli aerei da continente a continente –  i memi hanno possibilità decisamente maggiori di trasferirsi e di attecchire. E tanto più in architettura, che come abbiamo visto è anch’essa diventata una forma di comunicazione veloce rispetto alla sua storica “lentezza”. Per cui può benissimo capitare che committenti lontani ore di volo dal nostro studio diranno di aver visto su ArchDaily o su Dezeen quell’edificio dalla forma particolare, e ci chiederanno di progettare per loro qualcosa di simile. Spazzando via, magari, i memi più mansueti che volevamo inoculare loro con la nostra proposta.

Evidentemente ci sono in giro soluzioni architettoniche che funzionano globalmente meglio di altre – per lo meno nella testa dei progettisti, o dei committenti, o delle commissioni di giuria dei concorsi. Memi più forti rispetto alla concorrenza, memi formali supportati da altrettanto agguerriti memi teorici, in lotta per l’egemonia finché non saranno soppiantati da altri memi. E così via.


Quindi. A discolpa delle somiglianze quasi imbarazzanti tra alcuni progetti, come ad esempio quelli sopra citati di OMA, H&DeM, MVRDV con i “prototipi” di BIG (ma si potrebbero fare ulteriori similitudini per altri progetti e altri progettisti), è riduttivo pensare di trovarsi davanti a fenomeni di emulazione, o plagio, o utilizzo di idee altrui: potremmo piuttosto affermare di avere assistito in questi anni ad un processo di ripetitivitè infettiva, ad esempio del meme “cantilevering tetris blocks”, o del meme della composizione ad albero estruso del tipo delle Future Towers/WTC. I nostri beniamini non c’entrano: loro malgrado sono stati utilizzati come vettori da parte di memi architettonici dominanti, che si sono insinuati in maniera virale e virulenta nei terminali (e nelle menti) di insospettabili capi progetto, con gli esiti che conosciamo.


C’è di più. Negli esempi che abbiamo citato il “contagio” è avvenuto ancor più velocemente, quanto magari in maniera certamente inconscia, per un altro, decisivo motivo. Tutti gli studi – tranne H&DeM, comunque interessati dall’infezione – hanno una matrice comune, un denominatore condiviso. Che rappresenta, di fatto, l’origine di gran parte delle pandemìe di memi architettonici cui stiamo assistendo ai tempi della fast-architecture. Si tratta, forse, dello spartiacque dopo di cui nulla è stato più, davvero, lo stesso.

Parliamo di Rem Koolhaas/OMA, lo studio di progettazione che ha avuto il più vasto numero di spin-off di successo nella storia dell’architettura di tutti i tempi. Da mesi cercavamo di completare una mappa delle connessioni, ma Paul Makovsky su Metropolis ci ha risparmiato la fatica con una splendida infografica:

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(courtesy and ©Metropolis Mag 2011; grazie a Conrad Newel per la segnalazione; cliccare sulle immagini per ingrandire la visualizzazione)

Koolhaas/OMA rappresenta nel bene e nel male il più imponente incubatore di cultura architettonica degli ultimi decenni, capace di  inoculare direttamente o indirettamente nel suo staff una quantità enciclopedica di informazioni, approcci, metodi di lavoro (memi?) oggi ampiamente diffusi in tutto il mondo, oltre che per proprio merito, anche per mezzo dei suoi epigoni. E’ interessante notare come molti ex dipendenti o allievi di Rem si siano conosciuti nel suo studio, per poi formare un sodalizio umano e professionale autonomo (un po’ come accadde ormai quasi un secolo fa nello studio di Peter Behrens: non dimentichiamoci che il Moderno è partito, fondamentalmente, da lì). Molti di loro si sono anche sposati, o convivono come coppia stabile. Certo è che alcuni di essi in particolare – come Zaha Hadid o MVRDV, appartenenti alla “prima generazione” di figli professionali di Koolhaas, oppure Jeffrey Inaba o BIG, della seconda generazione – hanno rappresentato e rappresentano dei veri e propri laboratori di ricerca memetica in cui si producono a pieno ritmo teorie, idee e architetture diverse ma simili allo stesso tempo, tutte con un’unico zoccolo fondativo alla loro base. Esperimenti più o meno di successo, autorevoli mutazioni dagli altrettanto autorevoli ceppi di origine che stanno incidendo, di fatto, gli skyline delle città di tutto il mondo.

Quindi potremmo dire di assistere ad una più intensa manifestazione di “ripetitivitè infettiva” – come si è detto già ampiamente favorita dalla rete e dalle comunicazioni sempre più veloci – laddove sussistano particolari rapporti culturali tra gli infettati, e cioè l’appartenenza ad un network consolidato (stesso background formativo, stessa appartenenza – presente o passata – a specifici gruppi di lavoro). Anzi. “Stesso background” e “network globale” rappresentano due fattori che, insieme, creano sinergìe fino ad oggi impensabili. A complicare ulteriormente le cose, il fatto che gli head-hunter dei maggiori studi di architettura del mondo sono pagati per sedurre ed attirare i migliori dipendenti della concorrenza, con relativo trasferimento di assets culturali tra competitors. A mio avviso questo fattore riesce a produrre ancora maggiore arricchimento, in altre parole un’ulteriore possibilità di impollinazioni incrociate

Inutile dire che gli esiti migliori – e cioè l’evoluzione – si hanno laddove tale ripetitivitè conduce a mutazioni rispetto al ceppo originario, con la creazione di ulteriori, inediti memi di successo. Anche per questo motivo, chiudendo l’esempio, assistiamo a similitudini di approccio – ma anche a mutazioni assolutamente rilevanti – negli epigoni di OMA/Koolhaas di prima e di seconda generazione.

L’amico Conrad Newel, l’autore del blog “Notes on becoming a famous architect“, con l’ironia che lo contraddistingue, consiglia vivamente a tutti i giovani architetti che intendono intraprendere una vita di successi di cercare ad ogni modo di entrare nello staff di Koolhaas, e una volta all’interno, di sposarsi con un collega e aprire un proprio studio. Pare che porti fortuna.


In conclusione. Siamo di fronte, forse, all’esatto opposto della “banalizzazione” dell’architettura, e cioè alla estrema, trionfante evoluzione dell’individualismo del brand, che si autoriproduce e si trasmette viralmente nei propri epigoni, o sub-brand, o spin-off, quasi fosse una sorta di automatismo riproduttivo mutante? Apparentemente sì, ma non sta a me dirlo. Spero lo facciano altri, e spieghino gli esiti di questa evoluzione, se di evoluzione si tratta, anche a noi. Quello che possiamo notare è che, ogni tanto, nel gioco delle variazioni e mutazioni successive, anche grazie alla comunicazione compulsiva che caratterizza i nostri giorni, riaffiorano i caratteri simili tra proposte apparentemente diverse e di differente, presunta paternità, tutte però in certa misura debitrici rispetto ad una comune radice.

“La chiave di ogni uomo è il suo pensiero. Benché egli possa apparire saldo e autonomo, ha un criterio cui obbedisce, che è l’idea in base alla quale classifica tutte le cose. Può essere cambiato solo mostrandogli una nuova idea che sovrasti la sua”. (Ralph Waldo Emerson)

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P.S. 1) Per una trattazione assai più esauriente del tema “evoluzione e architettura”, in cui si parla più diffusamente anche di memi architettonici, c’è un bellissimo saggio di Paolo Bettini, “Evoluzione”, tra le sue imperdibili lezioni.

P.S. 2) Di seguito una interessante talk del filosofo Dan Dennett, che dalla storia di una formica dimostra l’esistenza dei memi e la loro potenza come diffusori virali di idee:

P.S. 3) Non ci siamo volutamente addentrati nelle questioni polemiche intorno all’architettura cosiddetta “iconica” e alla sua presunta “deriva” (tema peraltro già affrontato nella nostra nota su Marc Augé qualche tempo fa): stiamo semplicemente cercando di capire perchè alcune soluzioni formali hanno oggi più successo di altre nel mercato dell’architettura internazionale. E, se ce lo chiediamo, evidentemente è perchè – Bettini a parte – non se ne è ancora occupato nessuno in modo convincente…

P.S. 4) Ovviamente, stiamo parlando dall’interno della “turris eburnea” in cui noi architetti amiamo confrontarci: se di diffusione di memi si tratta, tale “infezione” è purtroppo limitata alla ristretta cerchia del club. Sarei molto più contento se la pandemia di edifici col tarlo delle buone idee architettoniche interessasse una parte più cospicua del paesaggio costruito. Avercene di copie di Koolhaas, o di H&DeM, o di Zumthor. Se guardiamo intorno a noi, purtroppo non è proprio così: evidentemente il “meme della mediocrità” risulta assai più virulento di quanto spereremmo.

P.S. 5) Forse non avranno copiato da nessuno, ma con tutto il rispetto il parco delle Future Towers di MVRDV grida vendetta (per restare in tema, speriamo vivamente rappresenti un “meme debole”…)

Dell’influenza, dell’eredità e della fretta in architetturaultima modifica: 2011-03-25T19:05:00+00:00da spacelab.1
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