Là Fuori (Out There)

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Volevo provare a fare un elenco parziale e personale di cose che mi sono rimaste in mente, dopo qualche giorno dall’esperienza alla Biennale di Architettura di Venezia. Così, tanto per non dimenticare.

Cercando di rimettere in ordine idee e suggestioni, ne è scaturita una riflessione un poco più estesa…

Quest’anno, anziché andare tra i primi all’apertura di agosto, complici impegni improrogabili di studio, per la visita di rito alla Biennale ce la siamo presa con calma. Venezia a novembre, oltretutto, ha un suo fascino speciale.

C’era grande curiosità di poter apprezzare personalmente – dopo aver letto un bel po’ di teaser, anticipazioni e articoli su carta e in rete – gli esiti del nuovo approccio della curatela di Sejima rispetto allo scetticismo nihilista dell’ottimo Betsky di due anni fa.

Per meglio comprendere l’atmosfera di questa edizione del 2010 abbiamo provato – ovviamente dal nostro punto di vista – a fare un test comparativo tra le due Biennali, ricordando a che punto era la situazione nel 2008. Due anni possono essere un periodo breve, ma questi due anni sono stati un vero e proprio spartiacque, per tante ragioni che proveremo in parte ad esporre.

Cosa c’è di nuovo o di diverso, oltre il titolo, in People meet in architecture rispetto all’Architecture beyond building di due anni fa?

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Aaron Betsky: “Out There: Architecture beyond building”, XI Biennale di Architettura, Venezia 2008 – Tagcloud del discorso di presentazione

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Flashback.

Abbiamo avuto modo di apprezzare Betsky fin dal suo “Building Sex” del 1995, e l’impostazione critica volutamente paradossale della sua XI Biennale ci sembrò fin dal suo annuncio piuttosto intrigante: c’è da andare oltre la costruzione, gli architetti possono fare a meno degli edifici, gli edifici sono le tombe dell’architettura. Gli edifici non ci servono: “Sono perlopiù brutti, inutili e dispendiosi. Eppure l’architettura è bella – dice Betsky – può collocarci nel mondo come nessun’altra arte è in grado di fare. Può farci sentire a nostro agio nella realtà moderna. La Mostra raccoglie ed incoraggia la sperimentazione, quella delle strutture effimere, delle visioni di altri mondi o di prove tangibili di un mondo migliore”.

In altre parole, l’architettura va oltre l’edificio, possiamo e sappiamo fare di meglio.

Ma come: personalmente restai piuttosto spiazzato quando, attraversando le sale espositive nell’Arsenale o all’interno dei padiglioni nazionali, vidi comunque bellissimi manufatti progettati (sbaglio, o alcuni di essi erano proprio edifici?!), molti dei quali (non tutti, per carità) con la comune caratteristica della scarsa attinenza alla realtà e con poca propensione al rispetto di quella categoria che qualcuno prima di noi chiamò utilitas. Che poi, insieme con l’altra “trovata” dello spazio interno qualificato/percorribile/fruibile, è quella cosa che distingue i nostri progetti architettonici rispetto alle altre forme d’arte, pur alla nostra attività per molti versi assimilabili.

Alle domande “gli architetti possono prescindere dal progettare concretamente?” o “esiste un’architettura che non preveda una realizzazione?” veniva spontaneo, esauriti i manifestos e le boutade da mostra, rispondere con un’altra, inquietante questione: “non è che, per caso, se ce la tiriamo così, se noi stessi ci auguriamo questo scenario, il mondo reale – quello degli edifici costruiti – finirà bellamente per fare a meno degli architetti e dell’architettura, impegnati altrove nelle lisergiche seduzioni dell’effimero?” [dell’argomento ce ne siamo abbondantemente occupati quì, quì e quì].

Mentre ci si arrovellava inutilmente su tali questioni (potremmo passarci sopra dei decenni), “out there”, là fuori, c’era il diluvio.

Occupati dalle coinvolgenti (per noi) visioni della Biennale, non ci si accorgeva minimamente di essere piombati nella più cupa crisi economica dell’epoca contemporanea: là fuori, per la prima volta dopo il 1929, la doccia fredda investiva in occidente anche il tranquillo – almeno fino ad allora – settore del Lusso, in cui tutti coloro che fanno questo mestiere hanno il loro bacino d’utenza privilegiato. E, in particolare in Italia (quà fuori?) una pessima distribuzione delle risorse, combinata con i vincoli dettati dal Patto di Stabilità, metteva in ginocchio le Pubbliche Amministrazioni, costrette a tornare sui loro passi e a rimettere i piedi per terra dopo anni di tentativi di approccio con i più affermati starchitects internazionali. Le commesse pubbliche di qualità, altro nostro baluardo, cominciavano inesorabilmente a languire, complice una gestione sempre più conclamatamente clientelare dei grandi appalti e la demolizione brano a brano della pur perfettibile Merloni. E a peggiorare le cose l’ormai insopportabile gerontocrazia italiota che, nello tsunami generale, tenta di salvarsi facendo annegare i giovani.

Con l’ulteriore aggravante che, diciamolo tra parentesi, più che ailati, non da oggi l’architettura italiana (Biennale o non Biennale) si potrebbe ben dire aimargini (o borderline) rispetto al dibattito internazionale più avanzato…

Se l’Occidente si è fermato, l’Italia va addirittura in retromarcia. Il worst case scenario era diventato realtà. Le chiacchiere, come si dice, stavano a zero.

Forse in uno dei mondi possibili si sarebbe pottuto cazzeggiare giorno e notte su infinite prefigurazioni oniriche e visionarie, immaginare continuamente fantastiche e seduttive sperimentazioni basate su flussi di dati e di relazioni, capaci di andare oltre i lacci e lacciuoli della realtà (costrizioni trascurabili, come le leggi fisiche o l’esigenza di economie sostenibili e correttamente pianificate). In uno dei futuri possibili le automobili potranno persino volare (come nelle fantastiche video-installazioni per la “SkyCar City” di MVRDV/Marcus Prize Studio/UWM all’Arsenale), ma non quì, non ora.

Parafrasando una recentissima, pessima uscita di un Ministro della Repubblica Italiana: “con le visioni oniriche non si mangia”. O, come dicevano i nostri antenati, carmina non dant panem. Tant’è che la successiva Biennale, di nuovo affidata ad un architetto “militante” dopo una serie di critici e storici dell’Architettura, ha preso una piega decisamente differente…

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Kazuyo Sejima: “People meet in architecture”, XII Biennale di Architettura, Venezia 2010 – Tagcloud del discorso di presentazione

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Torniamo ad oggi.

Per dire che con la XII Biennale è stato fatto un passo avanti: stabilito che gli edifici non sono macrosculture o monumenti autistici svincolati dall’uso e dalla funzione, si riconosce (e Sejima/SANAA ne hanno fatto una identità di brand) che sono i flussi di persone, la gente a dare vita agli edifici stessi, altrimenti scatole vuote prive di senso. E sopratutto che, per pensare (e sopratutto avere) un grande futuro, l’architettura contemporanea debba anzitutto tornare a rapportarsi col presente, col quì e ora.

Dalla presentazione-stampa della XII Biennale: “Il titolo suggerisce che l’architettura ha il compito di creare degli spazi reali che agevolano la comunicazione tra gli individui, in un’epoca in cui le tecnologie più avanzate sostituiscono il dialogo diretto tra le persone. Per superare la condizione di isolamento e restituire un nuovo senso alle comunità, l’architetto piuttosto che concentrarsi su grandi utopie, dovrà cercare di realizzare visioni funzionali al presente. Sejima concepisce luoghi fluidi e privi di gerarchie che permettono una relazione continua tra esterno e interno, incoraggiando la capacità dei partecipanti di interpretare lo spazio”.

“È più che mai auspicio della Mostra – ha dichiarato Paolo Baratta, il presidente della Biennale – che si sviluppi una più articolata ed efficace committenza [vivaddio, nda] sia privata che pubblica, dalla quale possa­no emergere domande e richieste all’architettura che oggi appaiono sopite o ignorate”.

La stessa Kazuyo Sejima afferma che “questa edizione della Mostra consente alle persone di prendere coscienza delle varie idee emanate da contesti diversi, e rispecchia il presente che incapsula in sé potenzialità per il futuro. È mia speranza che questa esposizione sia un’esperienza di possibilità architettoni­che, che riguardi un’architettura creata da diversi approcci, capace di esprimere nuovi modi di vita. Un’esposizione d’architettura è un concetto provocatorio, dato che è impossibile portare in mostra gli edifici veri e propri, i quali devono essere dunque sostituiti da modelli, disegni e altri oggetti. In quanto architetto, ritengo che sia compito della nostra professione utilizzare lo “spazio” come un mezzo con cui formulare il nostro pensiero”.

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Quindi:

Se la Biennale è – e certo sarà negli anni a venire – l’avanguardia di ciò che l’architettura intende rappresentare nel nostro mondo, in due anni abbiamo assistito ad una rivoluzione copernicana che ha visto la riaffermazione dell’architettura come atto creativo di “spazi”, di “luoghi” reali, persino di “edifici” in cui la gente possa avere dei rapporti, degli scambi, in un’epoca in cui tali rapporti e scambi sembravano diventare inutili. Oltre l’autismo dei network virtuali, ci si è resi conto che l’Architettura – quella vera, permanente o temporanea, che può essere affiancata, arricchita, mai sostituita da quella parlata o pensata o renderizzata – è roba di questo mondo. Da sempre è stato così e, almeno lo speriamo, sempre sarà.

Più che neorealismo da crisi, vedo in questo approccio della Sejima un neopositivismo, che riafferma il primato dell’Architettura come generatrice di senso concreto per i luoghi in cui l’uomo vive, lavora e si diverte. Un primato riconosciuto, condiviso e premiato da oltre 170.000 visitatori internazionali in questa edizione.

Potremmo dire che dalla fuga nel futuro siamo tornati alla fiducia nel futuro. E di questi tempi non è un atteggiamento scontato.

Certo, auspicheremmo in molti che dal People meet in Architecture, già un ottimo punto di partenza, si arrivi finalmente alla fase in cui Architecture meets People. Ma mi rendo conto che questa ipotesi, veramente oltre le nostre attuali possibilità pratiche, teoriche e persuasive, è forse ancor più visionaria dei pur condivisibili sogni di Betsky.

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Footnote n. 1:

I Sabati dell’Architettura è stata una rassegna di incontri ai Giardini e all’Arsenale che ha visto i direttori storici della Biennale  di Architettura affiancati da architetti, critici e personalità del mondo della cultura architettonica per ripercorrere, attraverso due mesi di conversazioni sui temi della contemporaneità, la storia della manifestazione. In occasione di uno di questi incontri, tenutosi al Teatro Alle Tese dell’Arsenale, sabato 30 ottobre scorso, è stato ammirevole l’elegante equilibrismo con cui il precedente direttore – stavolta ospite in “campo nemico” – ha fatto un bilancio della sua Biennale di due anni fa, tornando sull’urgenza dello spingersi oltre.

Betsky ovviamente – e col senno di poi – ha corretto il tiro, affermando che la sua architettura era, sì,  “al di là della costruzione”, solo che lo era “non per sminuire il valore degli edifici”, ma perchè “gli edifici non bastavano più a comunicare tutti i modi in cui oggi possiamo fruire del mondo in cui viviamo, anche se fino ad un certo periodo erano stati in grado di farlo”. Tradotto, sarebbe a dire: “in fondo, avevo ragione comunque”, non potevamo certo aspettarci un “ragazzi, è stato bellissimo ma forse stavamo un po’ esagerando, visti i tempi”…

Stupendo il titolo del convegno di Betsky, “Beyond-Beyond Building”, che attraverso la doppia negazione torna coi piedi per terra (o, meglio, cade in piedi) ed esce con eleganza dalla questione del cambio di rotta di quest’anno. Come discussants Betsky ha invitato di nuovo al suo fianco alcuni tra i suoi cavalli di battaglia dell’edizione 2008: Winy Maas, Wolf Prix, Hani Rashid, che stavolta portano con sé presentazioni di progetti assai più concreti firmati dai loro rispettivi studi (MVRDV, Coop Himmelb(l)au e Asymptote). [Spero che la questione sia chiusa, e che non venga in mente a nessuno un “Beyond-Beyond-Beyond Building”….]

 

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Footnote n. 2:

Dimenticavo l’elenco, assolutamente personale e parziale, di quello che mi resta in mente di questa Biennale, se di interesse.

Arsenale, in ordine di visita:

  • Bello il film in 3D di Wim Wenders sul Rolex Learning Center di SANAA, bellissime le carrellate e i piani sequenza senza soluzione di continuità, intrigante la trovata dell’edificio che fa outing (If Buildings Could Talk/Se gli edifici potessero parlare era il titolo del filmato), sebbene già vista altrove. Anche i muri (in questo caso i solai splendidamente ondulati) hanno orecchie….
  • Bellina la rampa tra le nuvole di Transsolar+TKA (apprezzata sopratutto da mia figlia Matilda, di 4 anni: siamo stati su e giù per la nuvola una decina di volte), anche se il liquido per il fumo secco nelle fog machines non aveva un ottimo profumo…
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  • Le interviste di Hans Ulrich Obrist ai protagonisti della Mostra (nella sala con il Wall of Fame) erano tra le cose che valevano la visita alla Biennale, non ne avevo dubbi già prima di partire…
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  • Bellissimo e inquietante lo spazio nero curato da Olafur Eliasson, con i getti d’acqua impazziti “bloccati” ogni secondo dai flash delle stroboscopiche. Bellissimo il sound degli scrosci d’acqua a terra, che pervadeva la sala – durante gli istanti al buio tra i lampi di luce – nel silenzio attonito dei passanti (bravo chi ha curato il sistema continuo di pompaggio delle acque che si riversavano a terra, nascosto sotto il feltro)
  • Un tributo all’architettura cilena: le due maquettes in beton brut su piedistallo dei Pezo Von Ellrichshausen Architects (chapeau) erano fantastiche, con uno sfondo luminoso rappresentato dalle fotografie dei rispettivi siti di costruzione. Bravi.
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  • E’ sempre un piacere vedere dal vivo i bellissimi plastici di studio e i modelli “affacciabili” a scala 1:25 di Toyo Ito (quest’anno insignito in patria del Praemium Imperiale), tanto più se si tratta del “meringone” della Taichung Metropolitan Opera House. Vogliamo vederlo realizzato, di grazia…
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Giardini, in ordine sparso:

  • Belli i padiglioni belga, ungherese e cecoslovacco. Bello anche quello tedesco, curato con grande maestria e respiro internazionale da Cordula Rau, Eberhard Tröger e Ole W. Fischer, che hanno lavorato sull’inaspettato tema della Sensucht, o “struggimento”, con un risultato di grande intensità ed intimità (esito non facile in quel particolare spazio, di proporzioni monumentali) nella ricerca del livello emotivo nel processo creativo.
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  • Bellissimo il padiglione olandese e il suo allestimento, che fuori da qualsiasi preconcetto ‘dutch’ si interroga su quanta architettura/edilizia sia effettivamente utilizzata, e quanto potenziale vada sprecato: “VACANT NL” è un paesaggio fluttuante a tre metri dal pavimento, realizzato con sagome di edifici e proprietà immobiliari non utilizzate in territorio olandese (lo stesso padiglione, si denuncia all’ingresso, resta inutilizzato per gran parte dell’anno). Bellissima intuizione dello studio Rietveld Landscape, che ha curato il contributo.
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  • Stupendo il padiglione danese (Q&A:Urban questions-Copenhagen Answers), pezzi da novanta nei plastici esposti (Foster, Hadid, OMA, Holl… peccato la condensa sotto i cristalli delle teche esposte all’esterno, che in qualche caso ha rovinato irrimediabilmente alcuni plastici), assolutamente imperdibile la presentazione tridimensionale di BIG(+KOLLISION+CAVI) per la Loop City (prima o poi ne faremo una recensione a parte, merita davvero)
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  • Un rigurgito onirico Betskiano nel padiglione australiano, caratterizzato dai nastri 3M arancioni e da un video-wall in 3D (odio gli occhialini….) su altre prefigurazioni di futuribili scenari urbani….
  • Bello l’assortimento nel Padiglione Esposizioni, con i fratelli Aires Mateus in grande spolvero nella sala nera sul fondo tutta per loro; un mai banale Andrés Jacque nello spazio centrale con il suo “FRAY FOAM HOME, when interior decoration goes political!!!”; chiudo questo elenco con un gesto poetico, la splendida e straniante “Blueprint” di Do-Ho Suh.
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Bravissima in ogni caso Kazuyo Sejima, credo possa ben dire di aver chiuso un grande 2010. Complimenti.

 

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Footnote n. 3:

Mai sazi di sole architetture (che tra l’altro, come si è detto, non dant panem), abbiamo completato il giro veneziano con visite alle mostre in giro per la città. Tra le tante, tutte veramente di livello (Bourgeois alla Fondazione Vedova, Piranesi a San Giorgio, Gehry e il suo LUMAI-Parc des Ateliers di Arles nella neorestaurata Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian), è valsa come sempre la pena di passare  ad ossigenarsi alla Fondazione Peggy Guggenheim, stavolta in particolare per la mostra monografica sull’espressionismo astratto di Adolph Gottlieb.

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Footnote n. 4:

Un’ultima cosa, prima di chiudere.

Siamo stati in Biennale anche noi, e non solo come visitatori. Grazie agli amici di AGENCY Ersela Kripa e Stephen Mueller, Spacelab Architects ha contribuito su invito ad una loro video-installazione con il titolo “30S”, ospitata nello spazio di AT WORK WITH nel padiglione di Paesi Nordici ai Giardini, in collaborazione con SUPERFRONT.

30S (trenta secondi) intende mostrare come e dove si genera lo spettacolo dell’Architettura, in un assemblaggio di still-life video lunghi, appunto, 30 secondi che mostrano le postazioni di lavoro di decine di studi professionali in tutto il mondo. Quì il link allo streaming della video-installazione.

Per chi è curioso, dato che ci è stato chiesto, il nostro è il primo, quello “bucolico” con Purple Haze che gracchia in background (era la suoneria del mio telefono, che si è attivata durante le riprese. Ci è piaciuto lasciarlo sporco così…)

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Tutte le immagini fotografiche sono ©Luca Silenzi o ©Zoè Ch. Monterubbiano, licensa Creative Commons 2.5 (some rights reserved)
Le tagclouds sono state implementate da Spacelab Architects (powered by Wordle.com)  sulla base dei testi delle presentazioni alla stampa delle Biennali 2008-2010 da parte dei rispettivi direttori.
Le altre immagini sono di proprietà dei rispettivi autori, che ringraziamo.
Là Fuori (Out There)ultima modifica: 2010-11-25T11:42:00+00:00da spacelab.1
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