13/07/2011

Ci siamo trasferiti qua

The Spacelab Blog

Messaggio di servizio per gli aficionados di questo taccuino saltuario: da questo momento in poi ci trovate quì, con una nuovissima, essenziale livrea: http://spacelab.it/theblog. I motivi sono elencati nella prima nota scritta sulla nuova piattaforma.

Check it out! ;)

PS: Questo spazio resterà aperto finché Alice/Telecom lo permetteranno, come memoria storica di quello che è stato. Grazie a tutti voi per averci seguito e dato tante soddisfazioni fino ad ora, e grazie anticipatamente se ci vorrete seguire anche sul nuovo spazio, finalmente aperto ai commenti.

Per chi era abbonato alla newsletter: consigliamo di sottoscrivere il feed del nuovo blog, lo trovate quì: http://spacelab.it/theblog/feed/ . Quì il feed per i commenti: http://spacelab.it/theblog/comments/feed/ .

Ah, e grazie a Myblog per avere ospitato i nostri 90 post precedenti.

12/05/2011

"La casa è un'app per abitare?" ("se state guardando questo videomessaggio, qualcosa è andato storto...")

cartolina_12maggio.jpg

Diego Terna - architetto e autore del blog L'Architettura Immaginata, che ringrazio di cuore -  mi ha gentilmente invitato ad una interessante conferenza da lui organizzata nel contesto della mostra antologica "SPAZI COMPOSTI DI FRANCO NORMANNI", egregiamente coordinata dalla brava Ilaria Mazzoleni nella splendida location della ex Chiesa della Maddalena di Bergamo (la supervisione artistica del progetto espositivo è a cura di Alessandro Mendini). Il tema della conferenza, che si terrà stasera 12 maggio 2011, sarà: "L'Architettura Immaginata: la casa è un'app per abitare?".

Con le parole di Diego Terna:

"La conferenza vorrebbe essere occasione di un breve dibattito sull'influenza della cultura digitale nei confronti dello spazio architettonico, ipotizzando un parallelo fra architettura e ipertesto, in ricordo di quanto proposto da Carlo Mollino nel 1946 paragonando la poesia all'architettura. La conferenza stessa si organizzerà come una sorta di iper-attività, attraverso contributi di differenti media, da una performance teatrale a messaggi video, testi scritti, dialoghi fisici, per poi sfociare nel web e continuare il dibattito sulla rete" .

Moderatore della serata sarà lo stesso Diego Terna insieme con Ilaria Mazzoleni. Ospiti presenti negli spazi dell'ex Maddalena saranno Fabio Fornasari, Oliviero Godi, Giovanni La Varra, Paolo Panetto e Pietro Valle. Tra gli invitati presenti in videoconferenza registrata (indicati nell'abstract dell'iniziativa col termine evocativo di "corpi virtuali") ci saranno Marco Atzori, Marco Brizzi, Silvio Carta, Salvatore D’Agostino, Mario Gerosa, Tiago Giora, Stefano Mirti, Emmanuele Pilia, Luigi Prestinenza Puglisi, Ugo Rosa, Italo Rota e il sottoscritto. Posso tranquillamente dire di essere in ottima e illustre compagnia, spero di essere all'altezza della situazione.

Ci è stato chiesto, in qualità di corpi virtuali, di rispondere in un tempo massimo di 5-6 minuti e dopo una breve presentazione a cinque domande. Domande che, a ruota libera, avrebbero occupato ore di discussione:

1. Cos'è successo all'architettura durante la rivoluzione digitale?

2. La virtualità influenza solo i media di produzione grafica o cambia la natura dello spazio architettonico?

3. La riflessione critica sull’architettura sta sfruttando (e in che modo) l’approccio multimediale introdotto con l’avvento del web?

4. Navigare su web implica uno spazio fisico?

5. La casa è un'app per abitare?

Il tempo limitato ci ha costretto ad essere il più possibile chiari e sintetici.

Personalmente è la prima volta che faccio una cosa del genere, oltretutto per un tema tanto stimolante. Esperienza piuttosto divertente (anche se all'inizio del video è evidente che sono piuttosto rigido). Ho cercato nell'esposizione di essere rapido, di non entrare troppo nello specifico, e di essere il più chiaro e diretto possibile, evitando di annoiare la platea: per lo meno, quando vado "live" cerco sempre di fare così... Ho pensato al format del mio contributo, dato il tema proposto, come un esempio concreto di "ipertesto parlato" , o se vogliamo di "iper-conferenza" (ancor più figo: hyper-talk): girano immagini e video sopra la mia esposizione, riferiti a ciò che dico o che magari non cito direttamente per evitare lungaggini inutili. Non so se il risultato è all'altezza delle aspettative, ma tant'è...

Il video quì sotto è lo stesso che vedranno stasera a Bergamo, una anteprima assoluta per gli aficionados di questo "blog" del mio primo videomessaggio registrato senza contraddittorio (ero tentato di iniziare con una frase del tipo "se state vedendo questo videomessaggio, vorrà dire che qualcosa è andato storto e non posso essere con voi...", ma poi ho preferito maggiore sobrietà...).

Conferenza Maddalena - Contributo Luca Silenzi from Luca Silenzi on Vimeo.

Per chi non è stato colpito dall'effetto soporifero del video, o per coloro che vogliono approfondire i temi trattati, il testo che segue rappresenta la "sbobinatura" dell'intero girato, senza tagli. Sono stati aggiunti dei link alle citazioni più significative.

Buona visione, o se volete buona lettura.

 

Corpo

Luca Silenzi, 10 novembre 1972, architetto


Coordinate virtuali

Mac/PC? Mac, decisamente. E da tempi non sospetti (1996). Non sono un fanboy di Apple a prescindere.

Browser? Mozilla (Firefox), e a volte anche Safari (adoro la pagina iniziale che tiene memoria di cosa ho visitato negli ultimi giorni)

Text Editor? Pages + Openoffice. Se debbo fare bella figura Adobe InDesign.

3D-2D? Parto sempre dal 2D con innumerevoli schizzi e bozzetti a mano, per poi arrivare al disegno cad 2D e infine al 3D. Spesso torno agli schizzi a mano per le correzioni in corsa.

Render/Photoshop? Un render serio griderebbe vendetta senza Photoshop

iPhone/Blackberry? iPhone (vedi Mac/PC)

Facebook/Twitter? Facebook e Twitter (ciascuno per la sua peculiarità)

Book/e-book? Per ora libro cartaceo: non amo molto gli e-book, sono piuttosto rudimentali. Inoltre mi piace il tatto e il profumo della carta e lo spessore delle pagine da leggere che si assottiglia (dettagli importantissimi per un lettore, improponibili anche per il migliore Jony Ive)


Architettura

1. Cos'è successo all'architettura durante la rivoluzione digitale?

Credo che l’architettura abbia subito un radicale mutamento di prospettiva temporale: ho già detto altrove che se fino a ieri era la più lenta delle arti, oggi - sebbene si impieghino come prima mesi o anni per la sua progettazione e costruzione - anch’essa è qualcosa di fruibile in tempo reale. 
E questo è avvenuto proprio grazie alla rivoluzione digitale: non solo possiamo avere anticipazioni o notizie di prima mano sullo sviluppo di un progetto, di una teoria o di una idea architettonica (ad esempio tramite il sito o i tweet del progettista o del critico), ma pure possiamo commentare e dare il nostro giudizio in tempo reale su quanto osserviamo. Tutti possono farlo, non solo gli addetti ai lavori.
Non ci sono più filtri, non ci sono più gatekeeper, tutto è più immediato. Cioè: senza mediazioni.


2. La virtualità influenza solo i media di produzione grafica o cambia la natura dello spazio architettonico?

Tutti noi in passato credevamo che avremmo prima o poi assistito alla nostra progressiva migrazione in una sorta di mondo virtuale. Second Life ha rappresentato, negli scorsi anni, una delle immagini più vicine al futuro come ce lo saremmo aspettato, il famoso cyberspazio sul modello di Tron, o meglio del Tagliaerbe di Stephen King.

Se ora ci guardiamo intorno, la realtà è un po’ diversa, e sta superando le nostre fantasie più sfrenate: non serve che entriamo nel mondo virtuale, è il virtuale stesso che si sta spostando da questa parte, mimetizzato nei servizi web che tutti ormai sanno utilizzare. Il computer è diventato un elettrodomestico di uso comune. Per non parlare della diffusione degli smartphone e degli iPad. Senza esagerare, stiamo assistendo alla seconda rivoluzione digitale, o per lo meno a quella più importante. E sta avvenendo senza troppe frizioni, quasi in modo naturale.

Se nostra zia prima era negata con le mail, oggi ci invia le foto della settimana bianca tramite Facebook dal suo cellulare. Ci troviamo Youtube tutte le sere nei telegiornali per la rubrica delle buffonate. Se all’inizio internet era una frontiera, oggi possiamo ben dire che è diventato un fenomeno di massa.
E nel nostro mestiere sono cambiati radicalmente gli strumenti per produrre e controllare lo spazio architettonico, oggi praticamente alla portata di tutti gli studi.

Certo, lo spazio architettonico non è mutato radicalmente, ma ha certamente subìto dei riverberi dal concetto di virtuale: penso alle sperimentazioni di Hani Rashid/Asymptote (che poi sono passati con maggior soddisfazione all’architettura “tradizionale”...) e alla TransArchitettura, ormai con oltre 10 anni alle spalle. Anche in questo campo ci si deve aspettare un’evoluzione, non servirà più entrare in second life o nel cyberspazio per produrre o visualizzare spazi sperimentali, oggi gestibili in modi molto più interessanti ed immediati di qualche anno fa.
In questo senso, la realtà aumentata rappresenta una possibilità ancora inesplorata: schede grafiche permettendo, potremo passeggiare in una città e, puntando l’iPhone o il Droid (o forse speciali occhiali) in qualsiasi direzione, saremo in grado ad esempio di ammirare da fuori o camminare dentro  progetti irrealizzati per i più prestigiosi concorsi internazionali, o sculture interattive che sfidano le leggi fisiche. Solo due o tre anni fa poteva essere considerata pura fantascienza.

Credo che siamo ad una svolta, dobbiamo essere pronti per questo nuovo modo di fruire architettura, non più necessariamente costruita per essere apprezzata da tutti. O per essere analizzata dai critici.


3. La riflessione critica sull’architettura sta sfruttando (e in che modo) l’approccio multimediale introdotto con l’avvento del web?

Per semplificare un po’ diciamo che esiste una critica più istituzionale ed autorevole che tenta di utilizzare il web come medium complementare a strumenti più tradizionali - articoli su riviste, pubblicazioni e libri, talks e conferenze, lezioni accademiche. In questo caso assistiamo ad una mera trasposizione nel web dei dattiloscritti in Word utilizzati negli altri media, documenti di testo molto spesso autoreferenziali e privi di link, con qualche nota a margine quando va bene. In questo caso c’è del gran lavoro ancora da fare, non c'è un vero e proprio approccio multimediale se non nell'utilizzo della rete in sé rispetto ad altri supporti.

Sul lato opposto troviamo tutta la cosiddetta blogosfera che si occupa di architettura, costituita da volenterose “testate indipendenti” che ormai stanno sulla notizia forse più di quelle tradizionali, e proprio perché indipendenti e con le mani libere spesso con tagli critici più coraggiosi, che salvo pochi casi non rendono conto a nessuno; la contropartita è, in generale - con le dovute eccezioni - un certo difetto di autorevolezza, nel senso che tale autorevolezza è in molti casi ancora troppo poco riconosciuta dall’estabilishment tradizionale.

Spesso i blogger sono molto corretti nel linkare i loro riferimenti, e hanno dimestichezza a correlare i propri testi con numerosi documenti multimediali. Alcuni blog si distinguono dagli altri per la qualità dei testi e dei rimandi ad altro, fuori dal topic dell’architettura: tra questi cito BLDG Blog di Geoff Manaugh; Fantastic Journal di Charles Holland; Wilfing Architettura dell’infaticabile Salvatore D’Agostino.

Metterei poi insieme gli aggregatori tematici di news tipo ArchDaily, Dezeen, ArchitectureFeed (che è un bellissimo e comodissimo meta-aggregatore), abituati a lavorare con links e materiali multimediali in tutti i loro articoli. Per questi, la notizia tende ad essere preminente rispetto all’opinione e al contributo critico (non è il loro campo).

Infine noto con interesse che - finalmente! - alcune riviste di architettura italiane stanno muovendosi in rete molto meglio rispetto a qualche tempo fa. In particolare la nuova Domus di Joseph Grima e il raffinati rimandi anche stilistici al mondo dei blog del penultimo Abitare web di Fabrizio Gallanti.

Sicuramente oggi, in questo paesaggio intellettuale variegato, la rete offre al pensiero critico strumenti di cooperazione e di possibile osmosi mai avuti prima: ad esempio, è partito da qualche mese l'esperimento NIBA - Network Italiano dei Blog di Architettura, coordinato da Rossella Ferorelli; inoltre Joseph Grima e Domus hanno organizzato una interessantissima serie di incontri/dibattito sul futuro della critica architettonica, Critical Futures #1 (London), #2 (Milano), #3
(NY, Storefront for Art and Architecture).

C'è anche da dire che viviamo un'epoca in cui tutte le arti (architettura, cinema, arte contemporanea, musica, design, comunicazione) sembrano essere in uno “stato gassoso” che permette contaminazioni e impollinazioni incrociate impossibili fino a solo pochi anni fa, e per le quali la multimedialità è ormai un dato acquisito.
Ho una certa curiosità di quali esiti potrebbe avere un serio esperimento di intelligenza collettiva e di “critica partecipata” in questo senso. Spero qualcuno se ne occupi, prima o poi: gli strumenti ci sono già.

 

4. Navigare su web implica uno spazio fisico?

Non direi che oggi navigare sul web implichi uno spazio fisico. Anzi. Abbiamo la possibilità di essere connessi praticamente ovunque, condividere comunicare, ricevere e trasmettere informazioni da qualsiasi luogo con copertura di rete.

In pratica, lo stesso concetto di navigare negli anni è diventato obsoleto: tendiamo sempre più ad essere parte attiva e ad interagire, ovunque ci troviamo, con la rete, attraverso dispositivi wireless sempre più piccoli e immediati da usare, capaci di amplificare i nostri sensi. Come dicevo, non dobbiamo neppure fare lo sforzo di entrare nel mondo virtuale: è la stessa rete che andrà ad arricchire la nostra percezione ovunque ci troveremo e in modi sempre più naturali.

Questo approccio ha delle implicazioni nuove, pensiamo al tema della privacy, che andranno seriamente affrontate e gestite.


5. La casa è un'app per abitare?

“La casa è una macchina per abitare” (
la maison est une machine à habiter) è stata una delle frasi più celebri di Le Corbusier. Aveva senso eccome, questa metafora, nell’epoca della macchina: nel bene e nel male ha contribuito a far vedere l’abitazione come qualcosa di totalmente diverso rispetto al passato, che doveva essere al passo con la modernità anche nei suoi aspetti costruttivi e tecnologici. In realtà questo mito della “macchina architettonica” quando realizzato in senso letterale come edificio ha avuto delle pessime prestazioni in termini di durevolezza, tanto da rendere necessari continui restauri, un po’ come avviene per le navi o le auto d’epoca con cui condivideva alcuni materiali (queste ultime peraltro hanno il vantaggio di poter essere rimesse in garage).
Il concetto ha comunque ancora oggi il suo fascino, e c’è anche da dire che Ville Savoy (molto architettura e molto poco macchina) fa sempre la sua figura.

Ma il gioco “la casa è...” non è nato con Le Corbusier: abbiamo cercato, da sempre nel corso della nostra evoluzione, di rendere la realtà altro da sé. In fondo è quello che ci distingue dagli altri animali: lo stesso linguaggio non è che un tentativo di tirar fuori concetti dalle cose reali, indicandole con delle parole specifiche (parole che potremmo definire degli archetipi di link, di collegamenti ipertestuali ante-litteram che azionano parti del nostro cervello). E le metafore (come la machine à habiter) sono le figure retoriche più sofisticate inventate dall’uomo 
- molto più delle similitudini, di carattere meramente logico - per collegare alle cose concetti loro apparentemente estranei. Anche lontanissimi.

In particolare la casa ha sempre rappresentato per noi qualcosa di fortemente simbolico, da connotare a seconda dei casi con gli argomenti più disparati. Pensiamo alle declinazioni che il grande concetto di casa ha avuto. Ne cito solo alcuni: la Casa del Popolo o la Casa del Fascio, la casa di Dio, la casa chiusa, la Casa delle Libertà (con il memorabile payoff guzzantiano “facciamo un po’ come cazzo ci pare”). E la casa come macchina eccetera.
Credo quindi non ci sia nessun problema ad accostare alla casa l’ulteriore interessante concetto di “app per abitare”.

Però. Tecnicamente una app, o applicazione, è un software. Le nostre case, almeno finchè avremo bisogno di un riparo fisico come esseri umani, avranno forse ancora, fondamentalmente, a che fare con l’hardware: cemento, acciaio, mattoni, vetro. Materiali. Spazio fisico, che possiamo costruire esperire toccare utilizzare. A meno che non intendiamo con “app” una metafora di funzione.

C’è da dire che la casa non è solo riparo, involucro.
In genere, la casa è sempre stata anche il nostro mondo personale. E molte delle cose che tradizionalmente teniamo in casa (ad esempio i dischi, o i libri, o i nostri archivi e i nostri ricordi, come le fotografie) e che rappresentano una importante proiezione del nostro “mondo casalingo” stanno migrando nei nostri account in rete. Potremmo dire che molto del nostro concetto attuale di casa potrà presto identificarsi con quello di account, magari un account unico, sicuro e personalizzato anche graficamente, che univocamente ci identificherà per accedere a tutta la nostra roba (musica, immagini, conti correnti, backup). Molte delle nostre "cose" saranno accessibili ovunque noi saremo, parte della nostra “casa” sarà sempre con noi, e contemporaneamente conservata in remoto, non so quanto al sicuro, nelle anonime serverfarm e data center in giro per il mondo.

La casa fisica diventerà sempre più un supporto, un palinsesto per i device - o per dirla con Diego per le App - che permettono di connetterci in tempo reale col resto del mondo. L’evoluzione di questi dispositivi si sta muovendo dalla concretezza fisica all’interfaccia pura, superfici sensibili al tocco ed al movimento che potranno essere integrate nell’architettura in modi oggi ancora impensabili, e su cui dovremmo incominciare a riflettere.

Sono molto curioso, prima di tutto come architetto, di quello che sta per succedere.
Ma sono anche convinto che qualsiasi applicazione o connessione in rete non potrà mai sostituire la connessione del progetto col suo contesto fisico e sociale, né tantomeno l’indispensabile rapporto umano.
E che una parte della casa non virtualizzabile è quella del soggiorno e del pranzo in cui ci si ritrova con i vecchi amici a chiacchierare (che è cosa ben diversa che chattare con uno schermo) brindando con un ottimo vino.

Brindo quindi virtualmente con tutti voi e, ringrazio di nuovo Diego per l'invito.


Luca Silenzi, 2 maggio 2011

25/03/2011

Dell'influenza, dell'eredità e della fretta in architettura

1913_Victoria_Copying_Machine.jpg

Non credo sia solo una mia impressione. L'architettura globale, quella delle grandi opere e delle grandi firme internazionali, che riesce a trovare spazio anche nella stampa non specializzata, sta diventando sempre più simile a sé stessa. Forse a causa delle informazioni che arrivano in tempo reale nei nostri dispositivi ininterrottamente connessi alla rete, o forse per la quantità ormai industriale di tali informazioni, sempre più spesso ci si sorprende a notare somiglianze, analogie, contaminazioni tra opere progettate da architetti provenienti da paesi diversi, a volte persino da diversi continenti.

Fino a qualche tempo fa era opinione comune che, dopo la fine delle Grandi Teorie, e con identità nazionali sempre meno marcate, di fatto era l'individualismo dei singoli studi ad emergere, ciascuno impegnato a far crescere e amplificare la riconoscibilità del proprio brand rispetto alla concorrenza: un edificio di Gehry era immediatamente identificabile, non lo avremmo mai confuso con uno di Jean Nouvel, o Zaha Hadid, o H&DeM, o MVRDV: tutti con un loro approccio, un proprio personalissimo lessico. Fino a qualche tempo fa.

Oggi pare che le cose vadano diversamente: sempre più spesso, opere firmate da studi diversi e pensate per luoghi sovente distanti migliaia di miglia tra loro appaiono piuttosto simili.

Non si può negare, ad esempio, che c'è più di una similitudine tra le Amanora Apartment City/Future Towers di MVRDV, a Pune (India) delle quali si annuncia in questi giorni l'avvenuto inizio dei lavori, e il World Trade Center (nella versione 1, ma anche nella capovolta e ancor più interessante versione 2) di Vilnius, Lituania, firmato dai ragazzi di BIG nel 2008. Entrambi i progetti sono visibili nelle immagini poco più in basso. Non c'è che dire, si somigliano proprio. Anzi, il predecessore appare piuttosto motivato, per scelta formale, anche dal punto di vista teorico, mentre le Future Towers si richiamano stancamente a concetti piuttosto vaghi, se non consumati:

"The Future Towers project introduces lost qualities to mass housing: increased density combined with amenities, public facilities, parks and a mix of inhabitants resulting in a vertical city" (dalla cartella stampa del progetto).

Un po' pochino, per una megastruttura da 1.068 unità abitative. [senza parlare del rendering, che sembra fatto in due ore...].

1300713030-aerial-masterplan-copy.jpg
MVRDV, Future Towers, 2011. Notare il parco desolante ai piedi dell'edificio, forse esito di una veloce post-produzione in Photoshop.
DSC_0761.JPG
DSC_0762.JPG
BIG, Vilnius World Trade Center vers. 01 (2007-2008), da "Yes is more", pp. 152-155, ©2009 BIG A/S

BIG WTC Vilnius.jpg
BIG, Vilnius World Trade Center vers. 02 (2008), da "Yes is more", pp. 156-157, ©2009 BIG A/S

Se si mettono a confronto i due progetti, si può osservare come la proposta di BIG, che anticipa di ben tre/quattro anni  quella analoga di MVRDV e che è stata pubblicata tra le altre nell'archicomic "Yes Is More" (2009), appare assai meglio rappresentata, anche per mezzo di schemi compositivi e bellissime maquettes alle varie scale, ormai affermati tòpoi della firma.

Avevamo già affrontato questo argomento in "Bigness" nel settembre del 2009: facevamo notare come già nel 2008 la proposta vincitrice degli stessi MVRDV per la realizzazione dello Sky Building a Rødovre, municipalità di Copenhagen, utilizzava soluzioni formali e metodo di rappresentazione per diagrammi degli schemi compositivi già tipico di BIG (scherzo del destino, anche lo studio di Bjarke Ingels partecipò a questo concorso, perdendo di fatto contro le proprie stesse armi). Inoltre, sottolineavamo come la composizione per blocchi "cantilevering-voxelated-tetris" approfondita da BIG con le sue "Lego Towers" del 2006 venne utilizzata anche da H&DeM per il progetto "56 Leonard Street" (2008), oltre che in parte da OMA per l'ampliamento del municipio di Rotterdam e per un altro edificio alto a Manhattan (2008).

BIG Lego Towers.jpg

1945596197_mvrdv1-528x335.jpg

MVRDV/ADEPT, Sky Village, Rødovre (2008)

1854551450_07-sky-villa-dusk.jpg

H&DeM, 56 Leonard Street, NY (2008)

22679_1.jpg
OMA, ampliamento Rotterdam Stadskantoor, NL (2009)
281751898_23east22nd-street-day-hero-shot-from-south-final-528x422.jpg

La domanda fondamentale è: cosa sta succedendo? Cioè: possibile che la fretta di accaparrarsi nuove commesse sia, come spesso accade, cattiva consigliera? Oppure: si tratta forse di scambi di cortesie, di tributi più o meno palesi, di attestati di stima più o meno consapevoli nei confronti di colleghi o competitors? Perchè "copiare" un progetto altrui? Tornando al nostro esempio delle Future Towers: Winy, Nathalie e Jacob sono dei guru dell'architettura contemporanea, non si può dire che non sappiano muoversi autonomamente. E allora?


Il tema è complesso, e va affrontato per gradi. Forse tali domande, che possono essere suscitate da una prima occhiata superficiale, sono mal poste. Le stesse nostre osservazioni del 2009 sui rapporti tra le opere di BIG, MVRDV e OMA potrebbero essere maggiormente approfondite. La questione fondamentale, la chiave di lettura è a ben guardare quella della trasmissione della cultura: intesa come idee, teorie, convinzioni, istruzioni. Cui appartengono anche, perchè no, il linguaggio e le soluzioni spaziali/architettoniche/formali. E' il caso di dirlo: i tempi sono cambiati, anche solo rispetto a dieci anni fa.

Idee, teorie, convinzioni, istruzioni oggi vengono trasmesse in maniera diversa rispetto a ieri. E il linguaggio architettonico evolve, muta e si trasforma più velocemente di prima.

Proviamo ad analizzarne i motivi. Fino a qualche anno fa gli oggetti di attenzione della critica architettonica e delle riviste (unici media che si occupavano di noi) potevano essere l'opera costruita - la cui progettazione poteva essere cominciata anni o lustri prima - o le pubblicazioni teoriche/i manifestos degli architetti/autori. Oggetti in ogni caso scarsamente attinenti all'oggi, al quì-e-ora: vedevo pubblicato ciò che avevo scritto magari mesi prima, o completavo/inauguravo un edificio in cui ero stato impegnato per anni. Nel frattempo stavo lavorando a progetti che avrebbero visto la luce (e gli strali o gli allori della critica) molto tempo dopo.  Non si parlava ancora di teaser, di sneak peeks, di anticipazioni o sbirciatine sul lavoro in fase di studio. Non c'erano i siti di architettura, o i blog, in cui un progetto o un testo può essere pubblicato in tempo reale e senza intermediari. Oggi sì. E questo cambia tutto.

Non è un dettaglio: abbiamo assistito in pochi anni ad un mutamento radicale di prospettiva temporale. L'architettura, fino a qualche anno fa la più "longa" delle arti, in cui c'era ampio margine - in Italia forse anche troppo - per la maturazione di pensieri e riflessioni, è diventata anch'essa qualcosa di fruibile in tempo reale. I filtri si sono assottigliati, in molti casi annullati. Assistiamo giornalmente allo sviluppo delle varie fasi di progetto di un edificio che ci interessa, e possiamo ammirarne o discuterne l'evoluzione, perfino osservarne le fasi di cantiere. Possiamo anche dichiarare se quel progetto ci piace, o commentarlo. E tutti possono farlo, non solo i critici propriamente detti. Si è parlato di vouyerismo pornografico nelle pubblicazioni di architettura on-line, e forse è così. E' un segno dei tempi, non starei troppo a scandalizzarmi: semplicemente, prima non c'erano i mezzi tecnici per fare tutto questo.

Vale anche per la teoria: molti saggi o testi teorici, prima di essere pubblicati su riviste autorevoli, erano già da settimane nei blogs dei rispettivi autori, e il dibattito intorno a quelle idee magari è iniziato proprio nei commenti in calce al post originale. Anche lo stesso concetto di autorevolezza si sta via via spostando dalla carta stampata alla rete, ora che le modalità e le interfacce di accesso ad internet diventano più comode da usare (pensiamo agli e-book reader e agli iPad). Non oggi, ma tra qualche mese, quando qualcuno inizierà sul serio a diffondere contenuti multimediali - e non solo mere riproposizioni in pdf del cartaceo - da sfogliare e manipolare con gestures multi-touch dal nostro iPad, temo che allora le riviste saranno insostituibili solo per l'inebriante profumo della carta alla prima apertura (i libri no, con loro per fortuna non c'è gara...).


Ora, qualcuno potrebbe chiedersi: cosa c'entra la diversa modalità di trasmissione della cultura e dell'architettura contemporanea con i vari "cloni" architettonici che vediamo, per ora solo progettati, in giro per il mondo? C'entra, eccome. E non si tratta di cloni.

La maggior parte della cultura dominante - parliamo anche di cultura architettonica - non è pensiero originale e geniale. Le idee, e il pensiero umano in generale, si formano con la composizione/scomposizione di informazioni che esistevano prima di noi ed entrano presto o tardi nella nostra testa  per poi trasmettersi di nuovo agli altri. Qualcuno ha provato con successo a fare una similitudine tra il modello evoluzionistico che spiega la maniera di trasmettere l'eredità genetica negli organismi viventi e il modo in cui avvengono le evoluzioni culturali. Se il gene rappresenta l'unità ereditaria fondamentale negli esseri viventi, nel 1976 Richard Dawkins nel suo testo Il gene egoista introduce un concetto analogo di unità elementare di trasmissione/replicazione della cultura, chiamandola "meme" (in realtà questa ipotesi era già stata anticipata da William S. Burroughs nell'affermazione "il linguaggio è un virus" nel romanzo "The ticket that exploded", 1962). Questi "memi" sono unità di trasmissione (o infezione) culturale, che possono assumere noi o altri media (comunque supporti di memoria, biologica o tecnologica) come vettori.

ViralIdeaDiffusion.png

E' una teoria affascinante: i memi sono idee o parti di idee - come una lingua, una consuetudine culturale, una religione, una melodia, un valore estetico, un approccio teorico, una particolare soluzione tecnica, o architettonica o formale - che, trasmesse da mente a mente e associate tra loro, acquisiscono una sorta di vita autonoma e manifestano una loro caratteristica capacità di diffusione e replicazione. Si arriva, in certi casi, ad una cosiddetta "ripetitivitè infettiva" del meme, che assume i tratti ben noti del tormentone.

Sarebbe più esatto dire, secondo la definizione originale di Dawkins, che un meme - termine che trae origine dal greco mνήμης (mnimis), "memoria" - è "ciò che è imitato". Ogni informazione che, una volta imitata, subisca variazioni e venga poi selezionata nel processo evolutivo "produrrà progetto" (Susan Blackmore), un passo avanti. Cioè: copia con variazione e selezione. Quindi, rispetto al modello "creazionista" - ancora oggi assai diffuso nell'ambiente , appunto, "creativo" - siamo agli antipodi: molto più spesso di quanto non crediamo, per guardare più lontano si sale "sulle spalle dei giganti". Lo aveva intuito Isaac Newton, già due secoli prima di Darwin.

Ci sono memi con innumerevoli tentativi di imitazione, altri memi invece non destano interesse. Potremmo dire che esistono pertanto dei memi "forti", similmente ai caratteri dominanti in campo genetico, cioè con alta capacità di diffusione e replicazione; e memi "deboli", con scarsa o nulla capacità di diffusione e replicazione: sono idee magari buone in sé, ma che non hanno successo. Memi aggressivi tendono a prendere il posto di quelli più mansueti.

La forza delle informazioni replicanti, o se vogliamo delle idee, o dei memi può essere potenzialmente devastante: rispetto ad altre specie viventi l'uomo è l'unica creatura che sacrifica il vantaggio dei geni (il proprio "summum bonum" biologico) in nome di un'idea: pensiamo all'idea della crescita irrefrenabile, del progresso, del capitalismo, della carriera a tutti i costi, del proprio credo religioso a scapito del benessere anche solo personale. Quindi, un meme "forte", che tende a riprodursi in maniera virale ed esponenziale attraverso di noi, riesce persino a sopraffare il nostro stesso istinto di conservazione. Diciamo che sebbene a volte rasentino l'ideologia, i memi architettonici non sono poi così pericolosi, direi che conviviamo piuttosto pacificamente con questi parassiti nella mente: certo, qualcuno ha sofferto per aver subìto ad esempio il meme della "machine à habiter", ma nessuno, credo, morì per questa cosa. Magari ha vissuto scomodo per qualche anno, prima di trasferirsi in locali più confortevoli...

Per i motivi di cui parlavamo prima, e cioè per il fatto che oggi più di ieri qualsiasi idea può viaggiare da cervello a cervello non solo con mezzi fisici, com'è sempre stato, ma anche in tempo reale attraverso la rete e con diffusione istantanea verso un vasto numero di destinatari - così come avviene per i virus che si propagano attraverso i voli aerei da continente a continente -  i memi hanno possibilità decisamente maggiori di trasferirsi e di attecchire. E tanto più in architettura, che come abbiamo visto è anch'essa diventata una forma di comunicazione veloce rispetto alla sua storica "lentezza". Per cui può benissimo capitare che committenti lontani ore di volo dal nostro studio diranno di aver visto su ArchDaily o su Dezeen quell'edificio dalla forma particolare, e ci chiederanno di progettare per loro qualcosa di simile. Spazzando via, magari, i memi più mansueti che volevamo inoculare loro con la nostra proposta.

Evidentemente ci sono in giro soluzioni architettoniche che funzionano globalmente meglio di altre - per lo meno nella testa dei progettisti, o dei committenti, o delle commissioni di giuria dei concorsi. Memi più forti rispetto alla concorrenza, memi formali supportati da altrettanto agguerriti memi teorici, in lotta per l'egemonia finché non saranno soppiantati da altri memi. E così via.


Quindi. A discolpa delle somiglianze quasi imbarazzanti tra alcuni progetti, come ad esempio quelli sopra citati di OMA, H&DeM, MVRDV con i "prototipi" di BIG (ma si potrebbero fare ulteriori similitudini per altri progetti e altri progettisti), è riduttivo pensare di trovarsi davanti a fenomeni di emulazione, o plagio, o utilizzo di idee altrui: potremmo piuttosto affermare di avere assistito in questi anni ad un processo di ripetitivitè infettiva, ad esempio del meme "cantilevering tetris blocks", o del meme della composizione ad albero estruso del tipo delle Future Towers/WTC. I nostri beniamini non c'entrano: loro malgrado sono stati utilizzati come vettori da parte di memi architettonici dominanti, che si sono insinuati in maniera virale e virulenta nei terminali (e nelle menti) di insospettabili capi progetto, con gli esiti che conosciamo.


C'è di più. Negli esempi che abbiamo citato il "contagio" è avvenuto ancor più velocemente, quanto magari in maniera certamente inconscia, per un altro, decisivo motivo. Tutti gli studi - tranne H&DeM, comunque interessati dall'infezione - hanno una matrice comune, un denominatore condiviso. Che rappresenta, di fatto, l'origine di gran parte delle pandemìe di memi architettonici cui stiamo assistendo ai tempi della fast-architecture. Si tratta, forse, dello spartiacque dopo di cui nulla è stato più, davvero, lo stesso.

Parliamo di Rem Koolhaas/OMA, lo studio di progettazione che ha avuto il più vasto numero di spin-off di successo nella storia dell'architettura di tutti i tempi. Da mesi cercavamo di completare una mappa delle connessioni, ma Paul Makovsky su Metropolis ci ha risparmiato la fatica con una splendida infografica:

KEY.png
REM-BABIES%2C-REM-BRATS%2C-OMA-FIRST-GEN.png
REM-BABIES%2C-REM-BRATS%2C-OMA-SECOND-GEN.png

(courtesy and ©Metropolis Mag 2011; grazie a Conrad Newel per la segnalazione; cliccare sulle immagini per ingrandire la visualizzazione)

Koolhaas/OMA rappresenta nel bene e nel male il più imponente incubatore di cultura architettonica degli ultimi decenni, capace di  inoculare direttamente o indirettamente nel suo staff una quantità enciclopedica di informazioni, approcci, metodi di lavoro (memi?) oggi ampiamente diffusi in tutto il mondo, oltre che per proprio merito, anche per mezzo dei suoi epigoni. E' interessante notare come molti ex dipendenti o allievi di Rem si siano conosciuti nel suo studio, per poi formare un sodalizio umano e professionale autonomo (un po' come accadde ormai quasi un secolo fa nello studio di Peter Behrens: non dimentichiamoci che il Moderno è partito, fondamentalmente, da lì). Molti di loro si sono anche sposati, o convivono come coppia stabile. Certo è che alcuni di essi in particolare - come Zaha Hadid o MVRDV, appartenenti alla "prima generazione" di figli professionali di Koolhaas, oppure Jeffrey Inaba o BIG, della seconda generazione - hanno rappresentato e rappresentano dei veri e propri laboratori di ricerca memetica in cui si producono a pieno ritmo teorie, idee e architetture diverse ma simili allo stesso tempo, tutte con un'unico zoccolo fondativo alla loro base. Esperimenti più o meno di successo, autorevoli mutazioni dagli altrettanto autorevoli ceppi di origine che stanno incidendo, di fatto, gli skyline delle città di tutto il mondo.

Quindi potremmo dire di assistere ad una più intensa manifestazione di "ripetitivitè infettiva" - come si è detto già ampiamente favorita dalla rete e dalle comunicazioni sempre più veloci - laddove sussistano particolari rapporti culturali tra gli infettati, e cioè l'appartenenza ad un network consolidato (stesso background formativo, stessa appartenenza - presente o passata - a specifici gruppi di lavoro). Anzi. "Stesso background" e "network globale" rappresentano due fattori che, insieme, creano sinergìe fino ad oggi impensabili. A complicare ulteriormente le cose, il fatto che gli head-hunter dei maggiori studi di architettura del mondo sono pagati per sedurre ed attirare i migliori dipendenti della concorrenza, con relativo trasferimento di assets culturali tra competitors. A mio avviso questo fattore riesce a produrre ancora maggiore arricchimento, in altre parole un'ulteriore possibilità di impollinazioni incrociate...

Inutile dire che gli esiti migliori - e cioè l'evoluzione - si hanno laddove tale ripetitivitè conduce a mutazioni rispetto al ceppo originario, con la creazione di ulteriori, inediti memi di successo. Anche per questo motivo, chiudendo l'esempio, assistiamo a similitudini di approccio - ma anche a mutazioni assolutamente rilevanti - negli epigoni di OMA/Koolhaas di prima e di seconda generazione.

L'amico Conrad Newel, l'autore del blog "Notes on becoming a famous architect", con l'ironia che lo contraddistingue, consiglia vivamente a tutti i giovani architetti che intendono intraprendere una vita di successi di cercare ad ogni modo di entrare nello staff di Koolhaas, e una volta all'interno, di sposarsi con un collega e aprire un proprio studio. Pare che porti fortuna.


In conclusione. Siamo di fronte, forse, all'esatto opposto della "banalizzazione" dell'architettura, e cioè alla estrema, trionfante evoluzione dell'individualismo del brand, che si autoriproduce e si trasmette viralmente nei propri epigoni, o sub-brand, o spin-off, quasi fosse una sorta di automatismo riproduttivo mutante? Apparentemente sì, ma non sta a me dirlo. Spero lo facciano altri, e spieghino gli esiti di questa evoluzione, se di evoluzione si tratta, anche a noi. Quello che possiamo notare è che, ogni tanto, nel gioco delle variazioni e mutazioni successive, anche grazie alla comunicazione compulsiva che caratterizza i nostri giorni, riaffiorano i caratteri simili tra proposte apparentemente diverse e di differente, presunta paternità, tutte però in certa misura debitrici rispetto ad una comune radice.

"La chiave di ogni uomo è il suo pensiero. Benché egli possa apparire saldo e autonomo, ha un criterio cui obbedisce, che è l'idea in base alla quale classifica tutte le cose. Può essere cambiato solo mostrandogli una nuova idea che sovrasti la sua". (Ralph Waldo Emerson)

______________________

P.S. 1) Per una trattazione assai più esauriente del tema "evoluzione e architettura", in cui si parla più diffusamente anche di memi architettonici, c'è un bellissimo saggio di Paolo Bettini, "Evoluzione", tra le sue imperdibili lezioni.

P.S. 2) Di seguito una interessante talk del filosofo Dan Dennett, che dalla storia di una formica dimostra l'esistenza dei memi e la loro potenza come diffusori virali di idee:

P.S. 3) Non ci siamo volutamente addentrati nelle questioni polemiche intorno all'architettura cosiddetta "iconica" e alla sua presunta "deriva" (tema peraltro già affrontato nella nostra nota su Marc Augé qualche tempo fa): stiamo semplicemente cercando di capire perchè alcune soluzioni formali hanno oggi più successo di altre nel mercato dell'architettura internazionale. E, se ce lo chiediamo, evidentemente è perchè - Bettini a parte - non se ne è ancora occupato nessuno in modo convincente...

P.S. 4) Ovviamente, stiamo parlando dall'interno della "turris eburnea" in cui noi architetti amiamo confrontarci: se di diffusione di memi si tratta, tale "infezione" è purtroppo limitata alla ristretta cerchia del club. Sarei molto più contento se la pandemia di edifici col tarlo delle buone idee architettoniche interessasse una parte più cospicua del paesaggio costruito. Avercene di copie di Koolhaas, o di H&DeM, o di Zumthor. Se guardiamo intorno a noi, purtroppo non è proprio così: evidentemente il "meme della mediocrità" risulta assai più virulento di quanto spereremmo.

P.S. 5) Forse non avranno copiato da nessuno, ma con tutto il rispetto il parco delle Future Towers di MVRDV grida vendetta (per restare in tema, speriamo vivamente rappresenti un "meme debole"...)

25/02/2011

Shanghai Pavilion: bonus track

Virtualworks Danish Pavilion.jpg
Ma vale la pena di riparlarne: John E. Kroll e gli amici di Virtualworks.dk ci hanno segnalato questo splendido tour interattivo VR all'interno dell'opera di BIG. È realizzato veramente bene, scatti e luce sono magistrali, considerando le difficoltà tecniche della fotografia VR. E permette di avere una percezione realistica di cosa significhi ammirare dall'interno uno degli spazi più interessanti che l'architettura contemporanea è in grado di produrre.

Dedicato a chi se l'è perso, o a chi sogna di tornare a bordo piscina, con vista sulla sirenetta. Oltre che a tutti gli estimatori del costosissimo e tristissimo Padiglione Italia di non-mi-ricordo-chi, che peraltro ha rappresentato molto bene il "Sistema-Italia" (e al quale avremmo preferito, per tante ragioni, quello di Baukuh).

11/02/2011

Procrastinare

jkprocrastination1.jpg

Ultimamente ci piace il numero tre. Quindi, a chiusura di una possibile trilogia - assolutamente inesaustiva - sulle "regole" che possono essere applicate all'atto creativo (quì i link agli altri due appunti su "good design" e "beyond goodness"), non poteva mancare un cenno ad una delle azioni più interessanti, ambigue e sottovalutate delle nostre giornate, peraltro già citata nel Manifesto Incompleto di Bruce Mau: procrastinare. Che può essere un'arte.

Ecco uno splendido video realizzato da Johnny Kelly come Graduation Movie per il suo MA in animation presso il Royal College of Art. Secondo John, "a volte l'unico modo per concludere qualcosa è fare prima una dozzina di altre cose". (Sound design by Mike Wyeld, with a voice over by Bryan Quinn).

(Un pubblico grazie alla splendida Annamaria Testa per l'assist).

Beyond goodness

 

3199904705_567cfb5bd5_b_640.jpg

Qualche giorno fa in Back to Basics parlavamo della categoria del "buono" nel progetto, e di come Dieter Rams abbia provato a sistematizzarla per mezzo del suo decalogo. Si è già detto qualcosa su pregi e difetti delle regole all'interno dell'attività creativa: sappiamo tutti che non sempre si può stabilire a priori cosa può andare e cosa no, e tantomeno - se non come puro esercizio teorico ex post - sancirne le leggi intime.

Si potrebbe aggiungere che in generale c'è da essere sospettosi rispetto ai criteri di giudizio assoluti, per i quali si dichiara "buono" o "cattivo" (o, fuor di morale, "utile" o "dannoso") per tutti ciò che è ritenuto tale da un individuo, in questo caso il nostro pur inoffensivo Rams.

Allo stesso tempo però, ammettiamolo, a volte può far piacere sapere che per una materia informe, delicata e volatile come quella dell'atto del progetto, qualcuno abbia provato a fornire una sorta di traccia, di metodo universale. Capiamo che è poco realistico, ma nello stesso tempo lo troviamo rassicurante, dandoci quella percezione tanto appagante quanto piuttosto effimera (quando la si cala nella realtà contingente) del controllo.

Ora, se il positivismo funzionalista ha tentato - pur nei suoi limiti ampiamente dimostrati e dibattuti - di mettere a punto le basi per stabilire cosa possa essere "buono per tutti", qualcun'altro ha provato a fare riflessioni più complesse e, forse, ancor più interessanti. Quindi, perfette come controcanto alle tesi di Rams.

Il buono (o corretto, o ben risolto) può essere considerato un valore in sé, un criterio di giudizio assoluto? O c'è altro da considerare?

Continua...

07/02/2011

Information Vs Knowledge: una nota a proposito di NIBA e dei blog di architettura

Spacelab Welt.jpg

Di seguito la nota postata sulla pagina ufficiale del gruppo "NIBA - Network Italiano dei Blog di Architettura", cui sono stato invitato a partecipare dall'amico Salvatore D'Agostino. [Questa sarà la prima e ultima volta che ci parliamo addosso, "scrivendo sullo scrivere di architettura", promesso...].

-----------------

Qualche spunto di riflessione sulla scrittura e la critica di architettura in rete. Che dovrebbe essere, forse, un po' più autocritica.

Da lettore di blog (più che da "autore", ringraziando Salvatore D'Agostino per il gradito invito a questa jamming session) faccio qualche considerazione, cercando di esprimere in sintesi quanto ho già affermato in altre sedi. Sono opinioni del tutto personali, ovviamente, e le rivolgo prima di tutto anche a me stesso: date loro il peso che volete.

Continua...

Back to basics

.

Due pregi che ciascuno dovrebbe aspirare ad avere, nella professione e nella vita: la chiarezza e la sintesi.

Dieter Rams (quì sopra in una rilassata conversazione con Deyan Sudjic) dal suo autorevole punto di vista provò qualche tempo fa a stabilire quali siano i principi del "buon design". Ne fece un asciutto decalogo, che amiamo spesso rileggere - assieme ai freschissimi testi di Bruno Munari - per la sua decisa azione disintossicante.

Dieter Rams: ten principles for good design

1) Good design is innovative - The possibilities for innovation are not, by any means, exhausted. Technological development is always offering new opportunities for innovative design. But innovative design always develops in tandem with innovative technology, and can never be an end in itself.

2) Good design makes a product useful - A product is bought to be used. It has to satisfy certain criteria, not only functional, but also psychological and aesthetic. Good design emphasises the usefulness of a product whilst disregarding anything that could possibly detract from it.

3) Good design is aesthetic - The aesthetic quality of a product is integral to its usefulness because products we use every day affect our person and our well-being. But only well-executed objects can be beautiful.

4) Good design makes a product understandable - It clarifies the product’s structure. Better still, it can make the product talk. At best, it is self-explanatory.

5) Good design is unobtrusive - Products fulfilling a purpose are like tools. They are neither decorative objects nor works of art. Their design should therefore be both neutral and restrained, to leave room for the user’s self-expression.

6) Good design is honest - It does not make a product more innovative, powerful or valuable than it really is. It does not attempt to manipulate the consumer with promises that cannot be kept.

7) Good design is longlasting - It avoids being fashionable and therefore never appears antiquated. Unlike fashionable design, it lasts many years – even in today’s throwaway society.

8) Good design is thorough, down to the last detail - Nothing must be arbitrary or left to chance. Care and accuracy in the design process show respect towards the consumer.

9) Good design is environmentally friendly - Design makes an important contribution to the preservation of the environment. It conserves resources and minimises physical and visual pollution throughout the lifecycle of the product.

10) Good design is a little design as possible - Less, but better – because it concentrates on the essential aspects, and the products are not burdened with non-essentials. Back to purity, back to simplicity.

Certo, i punti presentano alcuni limiti filosofici, anzitutto nella netta corrispondenza "bello = funzionale" (vedi punto 3) che caratterizzava gli anni del successo internazionale di Dieter Rams (anche se c'è da dire che molto spesso questa equazione si rivela dannatamente esatta). Inoltre è chiaro che la maggioranza dei progetti nasce da altro che regole precostituite: particolari contingenze a contorno, l'inconscio, un drink col cliente/consumatore, il tutto sottoposto al (o mixato col) bagaglio culturale del designer.

Ma, nonostante tutto, questi principi possono considerarsi validi ancora oggi. Almeno per un ranking a posteriori.

E' infatti piuttosto istruttiva la valutazione in base ai "dieci comandamenti" di Rams dell'attuale produzione di design, inteso come progetto nel suo significato più esteso: di prodotto, ma anche di interfaccia, di processo e - perchè no - di architettura. Quanti oggetti, edifici, siti internet (blogs?) che vengono ormai ogni ora lanciati in continuo streaming dai canali di informazione si confermerebbero come good products, good architecture o good websites, e quanti verrebbero ridimensionati a mero fashionableness?

Braun-TP-1.jpg

TP 1 radio/phono combination, 1959, by Dieter Rams for Braun